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24 dicembre 2009

Festività e aggiornamenti


Sono giunte le festività natalizie del 2009 e noi di Sul Romanzo rallenteremo il ritmo, prendendoci una pausa.
Mesi intensi, da quando il blog è divenuto collettivo la qualità dei contenuti è cresciuta settimana dopo settimana. Ed è aumentato anche l’impegno richiesto. Speriamo di soddisfare di continuo la vostra curiosità proponendo temi stimolanti e utili.

Se avete idee da suggerire, critiche o pensate a una collaborazione continuativa, scrivete a sulromanzo@libero.it, specificando nell’oggetto l’argomento.

Vi auguriamo serene festività e ci ritroviamo qui nel 2010…
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Intervista a Cynthia Collu


Di Simone Marzini

Ciao Cynthia, visto che segui i miei articoli sul blog saprai quali sono gli argomenti di cui mi occupo. Inizio dal più importante: come hai fatto a esordire con una grande casa editrice? Ci racconti la tua esperienza?

La mia storia è un po' anomala, all'inizio ho seguito il solito iter di tutti gli aspiranti scrittori (termine che mi ha fatto sempre un po' sorridere: che vuol dire "aspirante scrittore"? O uno è scrittore o non lo è, non aspira a diventarlo, sa di esserlo. Punto. Semmai aspira a essere pubblicato, il che comporta tutt'altra serie di considerazioni, ma queste ce le teniamo semmai per la prossima volta), beh, dicevo, ho seguito il solito iter che tradotto in parole povere mi ha comportato la spedizione di decine e decine di manoscritti alle varie case editrici.
Le prime a rispondere sono state le tipografie (loro si autodefiniscono case editrici a pagamento, cioè quelle che ti chiedono qualche migliaio di euro e in cambio ti stampano tot copie, che quasi sempre sei tu a dover piazzare in giro), poi le piccole case editrici, poi le medie, e tutte, purtroppo, riportavano le solite frasi "lavoro buono, ma non rientra nella nostra linea editoriale."
Così, di busta in busta, credo di aver collezionato una ventina di risposte negative, e adesso, che resti tra noi, le ho tutte infilzate ad un chiodo sul muro in ingresso, in bella vista, come aveva fatto quello scrittore famoso di cui non ricordo il nome (Fitzgerald? Beckett?).
Nel frattempo mi ero iscritta a una scuola di scrittura creativa di Milano, dove i docenti erano tutti scrittori o editor importanti (per fare dei nomi: Bricchi, Rollo, Centovalle, Parazzoli, ecc.). In questa scuola si ascoltava e si discuteva molto, ma poiché era una scuola di scrittura si scriveva anche, e scrivi che ti scrivi, finisce che il mio modo di scrivere viene apprezzato, e la sottoscritta viene notata. Un giorno ho preso il coraggio a quattro mani e ho chiesto a uno di questi editor se per caso voleva leggere il mio romanzo e darmene un parere.
Beh, per farla breve, l'editor legge e mi dice che ha apprezzato molto il romanzo, che non mi promette niente ma lo sottoporrà al giudizio di alcuni lettori in Mondadori. Poi è successo tutto in fretta: i lettori in Mondadori hanno letto, hanno apprezzato, hanno mandato il libro più in alto, finché non è arrivato sulla scrivania del Boss, che ha dato finalmente la Sua approvazione. La sua telefonata, "Ben venuta in Mondadori", è per me ancora un bellissimo ricordo.
Che dire? I miracoli accadono ancora. Bisogna crederci, crederci, crederci.

Allora, rispondo alla tua domanda. Io dico aspirante perché finché non viene legittimato da una pubblicazione, non mi sento di definirlo/mi scrittore. Per capire, come si chiedono in molti, se vengono realmente letti. Sulla base della tua esperienza quindi essere presentati in qualche modo, aiuta? Ovvio che non basta quello per la pubblicazione, ma è per capire meglio le dinamiche di scelta delle case editrici.
Ok, le domande sono più di una. 

No, a Mondadori non l'avevo spedito perché so che le grandi case editrici non leggono manoscritti di esordienti (e questo lo dichiarano spesso sui loro siti) a meno che non siano loro presentati da agenti qualificati e di fiducia. Alcuni scrittori che conosco e che hanno esordito con Mondadori, si sono rivolti a uno di questi agenti e sono riusciti a pubblicare (evidentemente il loro lavoro valeva qualcosa, altrimenti una grande azienda non avrebbe rischiato, è normale).
Non so se le grandi case editrici leggano in qualche caso manoscritti inviati da sconosciuti, però se vengono loro portati da qualcuno del mestiere, di sicuro li leggono.

L'editing, questo sconosciuto. Tu che esperienza hai con lui?

L'editing, se ben fatto, costituisce per lo scrittore una notevole possibilità di crescita professionale. E’ un passaggio dovuto per la formazione artistica e umana dell’autore. Certo, bisogna essere fortunati e trovare un bravo editor. A me è successo. Chi si è occupato di me e del mio romanzo ha rispettato con notevole sensibilità quello che io volevo esprimere e il modo in cui volevo farlo. L’importante, per l’autore, è avere le idee chiare su quello che vuole “tenere” veramente nel romanzo. Sui punti che per lui sono imprescindibili. Avere, allo stesso tempo, fermezza e umiltà. Fermezza nell’affermare le cose in cui crede, umiltà nell’accettare il parere di un esperto, del classico “occhio esterno” che a volte vede ciò che lui, troppo impegolato nel magma della sua scrittura e della sua affabulazione, non riesce a distinguere. Ecco, l’editing è il risultato di queste forze apparentemente opposte, del lavoro combinato di due persone che vogliono solo lo stesso risultato: il meglio.
Personalmente ho imparato molto di più con l’editing che con anni di scuola di scrittura. Oggi, mentre scrivo, mi viene spontaneo farne già uno piccolo, personale, nella mente.

Adesso che il libro è nelle librerie, com’è cambiata la tua vita?

E’ rimasta come prima. Voglio dire, faccio le stesse cose di sempre. Ma per davvero, non è il solito atteggiamento finto-umile di chi è arrivato. Io non sono arrivata da nessuna parte. Scrivo, faccio la mamma, ho le stesse incombenze di una volta. Al massimo, se c’è qualcosa d’interessante, viene con me anche la mia famiglia. Certo, all’inizio mi facevo un po’ effetto vedere tutte quelle copie nelle librerie, l’immagine di quella bambina che si copriva gli occhi… Adesso non la noto quasi più, avrei voglia di rimpiazzarla con un altro lavoro, con un'altra immagine. Di cambiato nella mia vita ci sono le presentazioni, le interviste. Un po’ è faticoso, un po’ è divertente. Spesso è interessante. Ma col tempo rientrano anche loro in una certa routine, fanno parte del lavoro. Quello che mi rimane davvero di eccitante, è scrivere. A questo, non potrei mai rinunciare.

Hai un agente letterario?

No, non mi sono ancora posta il problema. Forse più avanti, vedremo.

Di solito come scegli un libro d’acquistare?

Dipende. A volte su suggerimento di amici del cui parere mi fido. Altre volte vado su aNobii e mi faccio un’idea di quello che c’è in giro, leggo le recensioni di persone che reputo “lettori accorti e avveduti”. Difficilmente compro un libro solo perché è stato strillonato pubblicizzato e recensito da tutti. Di solito si rivelano una delusione.
Riguardo agli esordienti sì, ho un occhio di riguardo (e come potrebbe essere diversamente?) Numerosi miei amici hanno pubblicato (anche se con editrici meno grandi di Mondadori, o con case editrici quasi sconosciute). Compro sempre volentieri i loro lavori e se mi piacciono faccio loro una pubblicità sfegatata. Chissà, magari un domani saranno delle stelle nel firmamento letterario, e io potrò vantarmi di aver creduto in loro...

Carver ha detto che uno scrittore per emergere ha bisogno di 3 cose: talento, fortuna, perseveranza.
Ipotizzando 100 il totale delle tre, nel tuo caso in che percentuale le ripartiresti?

Prima la perseveranza (non esiste il talento, diceva Charlie Chaplin alla figlia, solo il duro lavoro); poi il talento, infine la fortuna.
Diciamo un 70%, un 20% e un 10%?


Cynthia Collu è nata e vive a Milano, dove lavora. Ha frequentato l’Accademia serale di Brera, fatto mostre personali e collettive, insegnato lingue presso un Istituto professionale, seguito un corso di teatro. Finalmente ha deciso cosa diventare da grande e ha ripreso a scrivere. I suoi racconti sono stati premiati in diversi concorsi, tra cui: Premio “Elsa Morante inediti 2006” per raccolta silloge, Premio “Arturo Loria 2007”, Premio“Castelfiorentino 2008”, e pubblicati su riviste (Linus 2008, l’Accalappiacani), e antologie (Fiocco Rosa) edita da Fernandel. Una bambina sbagliata, pubblicato con Mondadori il 14 aprile del 2009, è il suo primo romanzo e ha vinto il Premio Berto Opera Prima.
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"Nessuna scuola mi consola" di Chiara Valerio


Di Alessia Colognesi

Facciamo un gioco. Facciamo finta che il vostro tempo, stanco di andare sempre avanti sia tornato indietro come un gambero e voi siete fra i banchi di scuola, ma questa volta potete scegliere chi essere.
Grazie al vostro “tempo gamberetto” avete un punto di vantaggio, per voi nessun ruolo ha più segreti e se la memoria vi inganna, perché i ricordi della scuola sono annebbiati, potete leggere “Nessuna scuola mi consola”.
Un’ultima raccomandazione per la lettura: “Sappiate tornare indietro coi pensieri e siate camaleontici!”. Leggere aiuta a vedere le cose con occhi nuovi, solo se le osservi da un’altra prospettiva.

Io, che ho sempre odiato i numeri insieme ai professori di mate e i loro lamenti, ho scelto di essere Alessandra Fiocco, trent’anni con una cattedra di matematica precaria.
Dopo un collegio dei docenti interminabile, per allontanarsi dal brusio lagnoso dei colleghi che non fanno che criticare qualsiasi cosa, chiude gli occhi, sorseggia la schiuma amara del caffè di una macchinetta vicino alla sala professori e rimane ipnotizzata da un’immagine che ha impresso nella mente.
Quando si riprende è certa che tutta quella frustrazione che invade la scuola possa essere curata con un gruppo di autoaiuto, perché, come ogni dipendenza, essere docenti a lungo andare ti rende incapace di reagire a una scuola vecchia e burocrate, inadatta a vivere le “intricatezze” quotidiane.

Ad occhi chiusi, sola tra i suoi pensieri, Alessandra Fiocco ha intravisto tutti i colleghi. Si erano incontrati a scuola, ma era un luogo diverso, era di notte, senza più studenti né verbali.
Stavano seduti in sala professori al buio a far scorrere parole davanti alla fiammella di una piccola candela di compleanno, lei aveva preso la parola: “Sfogatevi!” gli stava sussurrando.

Narratrice d’eccezione, Chiara Valerio, alias Alessandra Fiocco, con l’energia giovane di chi non si è ancora fatta plasmare dai meccanismi arrugginiti della scuola italiana, è un Don Chisciotte che come un pesce fuor d’acqua si dimena in un’alchimia di parole e denuncia come testimone oculare una scuola bistrattata e abbandonata a sé stessa.

È una bella sensazione leggere della scuola quando a scuola non ci vai più. Ci si sente un po' come quando si cambia casa. Dopo molti anni ripassi di lì e una luce calda dalla finestra ti invita a entrare.
È tutto più nitido, il tempo illumina i ricordi e li smussa come un’onda di risacca. Quando si ritira la osservi dalla giusta distanza e non hai più paura. Allora scorri le parole sempre più velocemente mentre gli occhi scappano fra le righe e vuoi scoprire come va a finire la scuola di Chiara Valerio.

“Nessuna scuola mi consola” è nostalgia. Mentre i discorsi intricati dei professori si alternano agli interventi degli studenti e le lamentele dei genitori arrivano alle orecchie del preside, il lettore si ritrova ad annuire sorridendo dietro la porta socchiusa della sala professori.
Ci sono tutti, come in un presepe vivente, stanno sempre a discutere, si arrabbiano, ridono, bisticciano e non smettono di mettere firme sulle circolari. Non è cambiato nulla, i prof. non sono cresciuti, talmente assuefatti dalla giovinezza e dalla spensieratezza da essere rimasti sempre uguali.

La scrittura fluida e ricca di metafore di Chiara Valerio ricorda una dimostrazione matematica studiata per definire il sistema caotico della scuola italiana. Dopo aver scomposto a suon di metafore e guizzi di libertà letteraria la scuola nei suoi componenti principali, il preside, i professori, gli studenti, i genitori, la scrittrice propone un ordine ideale raggiungibile solo con un patto:
“Mai più dare del professore a chicchessia. Professore è chi ci riesce”.
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L'arte e l'artista: indipendenti?


Di Roberto Orsetti

Qualche giorno fa, ho messo nella mia bacheca di Facebook un video di Damien Rice che canta Happy X-Mas (War is over) di John Lennon.
Una delle canzoni "universali", che viene cantata da grandi e piccini, un inno alla pace e all'amore.
Ma mi è venuto in mente che in una biografia dell'autore di "Imagine" e altre canzoni di una bellezza unica, si descrive Lennon non propriamente come marito e padre modello, con presunti maltrattamenti e soprusi in famiglia.
Non voglio entrare in merito alla vicenda, né andare a scoprire quanto e se è vero, perché la mia attenzione viene focalizzata da un altro quesito: quanto rigore morale si chiede a un autore, a uno scrittore, a un poeta?

Possiamo aprire il nostro cuore e la nostra mente 
a chiunque ci trasmetta emozioni di un certo peso, 
senza preoccuparci di come gestisce il proprio privato?

Per darmi una risposta ho dovuto creare paletti e distinguo, con non poca fatica e alla fine delle mie considerazioni ammetto di essere ancora molto confuso.
La sfera privata appartiene a ognuno di noi, indissolubile e inviolabile.
Quindi penso che se uno sceglie di bere a dismisura, fumare come tre turchi, praticare il sesso più estremo e diverso, a me non importa nulla, non mi dovrebbe riguardare. Non c'è differenza tra il mio vicino di casa e lo scrittore capace di entusiasmarmi, in questi casi. Tutti e due i soggetti vivono la loro vita nella totale libertà. Al massimo posso provare pena, preoccupazione, e altri sentimenti di solidarietà.
Ma se il mio vicino picchiasse la moglie, maltrattasse i figli, sbraitasse sul balcone contro i diversi... la differenza ci sarebbe.
E così per lo scrittore, il poeta, l'artista.
Sto dicendo che se fosse vero che Lennon maltrattava i figli e picchiava Yoko Ono, ascoltare "Imagine" sarebbe più difficile. Forse.
Credo sia naturale che se il mio cantante preferito fosse Sinatra, non mi piacerebbe sapere che era considerato un mafioso, e che se il mio poeta adorato in gioventù violentava i ragazzini, potrei riconsiderare la sua opera.

La differenza dov'è?

Devo accettare l'arte per quella che mi arriva, o devo legarla in maniera innegabile a chi la crea?
Se prendo un libro, una raccolta di poesie, un quadro, mi devo far condizionare da fattori privati o devo scindere le cose?
Qualcuno dei miei amici, in questa discussione, sostiene che l'arte è al di sopra delle bassezze umane, che un quadro è bello perché è bello, non è meno bello perché lo ha dipinto un tizio che odiava gli ebrei o insultava i neri.
L'arte come forma massima di elevarsi, staccarsi, con un tramite, l'artista, che per questo privilegio non va giudicato. Una sorta di lasciapassare, in cambio delle emozioni che ci procura.
Ma io non credo sia così semplice e così immediata la concessione del lasciapassare.
Penso che anche in questo io vorrei diventare più rigido, vorrei essere più integralista. Non vorrei lasciarmi sviare, prendere dall'emozione provocata, dal ricordo di immagini e colori che rimangono nel cuore e nella mente.
Come faccio a leggere pagine d'amore immenso e emozioni raccontate con maestria, senza pensare anche solo per un momento che appena l'autore ha smesso di scrivere quelle righe si è divertito a manifestare idee razziste o a menare le mani su persone più o meno indifese?
Io credo che non sia possibile scindere l'opera dall'autore. Non mi interessa l'arte, se non viene da una condotta "normale". Un rigore morale che si dovrebbe esigere da me, dal mio vicino, dal politico, non si può condonare all'artista, al poeta, allo scrittore.
Non ci sono differenze, credo.
Ma se il mio vicino che picchia la moglie dipingesse la Gioconda, cosa farei?
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23 dicembre 2009

Intervista a Michele Monina


Buongiorno, vorrei iniziare chiedendole a quale età si è avvicinato alla scrittura e se è stato o meno un caso fortuito.

Ho cominciato a scrivere intorno al 1994 e non credo sia stato un caso (a essere onesti non so esattamente cosa sia il caso, e quindi non so se crederci). Ho cominciato quando ho smesso di suonare. Qui, sicuramente, c'è un passaggio logico. Per anni, diciamo praticamente da che sono in grado di intendere e volere, sono stato convinto che nella vita avrei scritto canzoni. Poi ho capito che non era il mio mestiere, per diversi motivi. Primo, ai tempi, per suonare, era praticamente necessario avere a che fare con altre persone, i musicisti che suonavano con me, che accompagnavano le mie canzoni. Io, però, sono sempre stato uno spirito anarchico e anche uno spirito autarchico, quindi ho deciso che avrei scritto, ma lo avrei fatto da solo. Il fatto curioso è che, proprio da che ho cominciato a scrivere professionalmente, cioè da che ho trasformato quella che era una passione in un lavoro, mi sono ritrovato a scrivere diversi libri con altre persone, spesso con dei cantanti. Ho collaborato due volte con Giuseppe Genna e una con Ferruccio Parazzoli, che sono scrittori di libri, ma poi ho anche co-firmato libri con Cristina Donà, Mondo Marcio e Caparezza, che invece sono cantanti, e proprio con il mondo della musica ho sempre più spesso avuto a che fare, diventando prima critico musicale e poi collaborando con diversi cantanti, compresi alcuni di quelli citati, ai loro lavori. Tornando però a quel 1994, anche la data, credo, sia servita molto a farmi decide di iniziare a scrivere narrativa e saggistica, abbandonando, almeno momentaneamente, al forma canzone.

Se consideriamo come estremi l’istinto creativo e la razionalità consapevole, lei collocherebbe il suo modo di produrre scrittura a quale distanza dai due?

Sono molto razionale nell'affrontare il mio lavoro. Nel senso che, essendo la scrittura la mia fonte di sostentamento, non posso permettermi di farmi assoggettare da quella che siamo soliti chiamare ispirazione. Quindi scrivo con metodo, arrivando a stabilire quante battute dovrò completare ogni giorno. Ma dal momento in cui mi siedo davanti al pc entro come in catalessi, cominciando a scrivere senza seguire una scaletta o un ragionamento e lasciandomi trascinare dalle parole. Quindi direi di trovarmi esattamente a metà strada. O, più che altro, di correre in continuazione da un estremo all'altro.

Moravia, cascasse il mondo, era solito scrivere tutte le mattine, come descriverebbe invece il suo stile? Ha un metodo rigido da rispettare o attende nel caos della vita un'ispirazione? Ce ne parli.


Ho praticamente già risposto alla domanda. Io scrivo praticamente tutti i giorni dell'anno. Credo che, nel 2009, mi sono preso delle pause solo in concomitanza con dei viaggi di lavoro e il giorno del compleanno di mia figlia, per fare un esempio concreto. Scrivo ogni giorno e, salvo rarissime eccezioni, alla fine della giornata mi ritrovo in mano quello che mi ero prefissato. Detto questo, occupandomi prevalentemente di saggistica pop, sono solito scrivere tanto perché pubblico tanto, essendo questo un mercato con logiche differenti, per dire, da quello della narrativa, che prevede una pubblicazione ogni anno al massimo. Il caos, come dicevo in precedenza, è parte del mio metodo di scrittura, perché non ho mai scritto una pagina che avessi in precedenza programmato con una scaletta. Di qui a parlare di ispirazione, però, ce ne corre. Non credo che esista l'ispirazione in quanto spinta creativa che arriva da un posto imprecisato. Credo, invece, esista il talento e il mestiere.

Di che cosa non può fare a meno mentre si accinge alla scrittura? Ha qualche curiosità o aneddoto da raccontarci a riguardo?


Non posso fare a meno del computer, questo è certo. Quando, soprattutto in viaggio, mi capita di appuntare qualcosa in una delle tante moleskine che ho con me, so già che non userò mai neanche una riga di quanto vado scrivendo in un mio libro. Troppo diverso il modo di scrivere a mano rispetto a quello che ho quando sono alla tastiera. E troppo faticoso ricopiare quelle parole. Detto questo, non ho particolari feticci, né manie o rituali. Spesso, quasi sempre, ascolto musica, ma del resto lo faccio anche quando mangio, quando sbrigo lavori in casa, quando guido. Ascolto musica sempre.

Wilde si inchinò di fronte alla tomba di Keats a Roma, Marinetti desiderava “sputare” sull’altare dell’arte, qual è il suo rapporto con i grandi scrittori del passato? È cambiata nel tempo tale relazione?

Come ho detto, non ho cominciato a scrivere perché mi sentivo un predestinato, quindi ho, nei confronti dei grandi scrittori del passato un rapporto prevalentemente scolastico. Li ho studiati e letti ai tempi delle superiori, ma non mi è più capitato di tornarci sopra. Ho, invece, un debito profondo nei confronti di molti scrittori del secondo Novecento, molti dei quali sono morti quando io già stavo scrivendo o sono ancora vivi. Penso a Hubert Selby Jr, Tom Wolfe, Hunter Thompson, Brett East Ellis, Douglas Coupland, David Foster Wallace, tanto per fare i primi che mi vengono in mente. Sono tutti stranieri, anche se poi, in concreto, ci sono dei padri putativi italiani cui devo molto. Non avrei mai cominciato a scrivere se non mi avesse spinto a farlo Nanni Balestrini, quando lo conobbi in quel lontano 1994. Non avrei fatto della scrittura una professione se non avessi incontrato Ferruccio Parazzoli. Due autori diversissimi tra loro, ma entrambi praticamente coetanei di mio padre. Qualcosa, tornando all'idea di caso, vorrà pur dire...

L’avvento delle nuove tecnologie ha mutato i vecchi schemi di confronto fra centro e periferia, nonostante ciò esistono ancora luoghi italiani dove la letteratura e gli scrittori si concentrano? Un tempo c’erano Firenze o Venezia, Roma o Torino, qual è la sua idea in merito?

Vivo da dodici anni e passa a Milano, quindi è qui che vedo il mio baricentro. Ma, salvo qualche volta all'inizio della mia trasferta, evito come posso di frequentare di persona i miei colleghi. Preferisco, se proprio devo scegliere, frequentare musicisti e cantanti. Un luogo dove però vivo e frequento parecchi colleghi è la rete, probabilmente il vero ombelico del mondo al giorno d'oggi.

Scrivere le ha migliorato o peggiorato il percorso di vita? In altre parole, crede che la letteratura le abbia fornito strumenti migliori per portare in atto i suoi desideri?

Grazie alla letteratura, sempre che io possa essere annoverato tra quanti fanno letteratura, mi ha permesso di vivere. Non parlo di urgenze creative, ma proprio di rate del mutuo da pagare, di corsi di piano a cui iscrivere mia figlia, di monopattini di Ben10 da comprare a mio figlio. Se questo poi sia anche servito a fare di me un uomo più felice non so. Sicuramente non è quello che pensavo di fare da piccolo, anche se ci va molto vicino.

La ringrazio e buona scrittura.


Sono nato ad Ancona nel 1969, ma vivo a Milano. Ho pubblicato 19 libri per i principali editori italiani. Il prossimo è Tangenziali, in uscita a inizio febbraio per Guanda e scritto a quattro mani con Gianni Biondillo. Ho lavorato come consulente editoriale per Mondadori e Rizzoli, e scritto come reporter e critico musicale per riviste italiane e spagnole.
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I cammini dell'anima: Taneda Shoichi e Dino Campana


Di Paolo Melissi


Prologo
Più di un punto in comune avvicina Taneda “Santoka” Shoichi a Dino Campana. Entrambi poeti, pur nella dovuta distanza culturale. Entrambi camminatori, divoratori di strade. Entrambi alle prese con un “disagio”.


Taneda Shoichi nasce nel 1882 nelle vicinanze di Yamaguchi, figlio di un agiato proprietario dedito al libertinaggio e avviato al dissesto finanziario. Taneda inizia presto a scrivere, pubblicando le sue opere con lo pseudomimo di Santoka. Ma inizia presto a bere, e non lo salva il matrimonio con Sato Sakino, da cui ha un figlio. Il padre fugge con un’amante dopo aver dichiarato fallimento, Santoka soffre di depressione e beve sempre di più.

Una notte Santoka è ubriaco fradicio, si piazza sui binari della ferrovia e aspetta che un treno lo travolga. Il guidatore del treno che arriva lo vede e frena in tempo. Santoka viene portato al tempio zen Hoonji. Un anno dopo è ordinato monaco zen, e va a vivere in solitudine a Kumamoto, in un tempio abbandonato. Ha iniziato a scrivere haiku (“Tutto ciò che non è realmente vissuto dal cuore, non è haiku”). È nel 1926 che intraprende il suo primo viaggio con quello che possiede: l’abito di monaco, la ciotola e il cappello di bambù. Dopo quattro anni torna a Kumamoto dalla moglie, fonda una rivista di poesia. Nel 1932 va a vivere a Ogori, poi riprende i suoi viaggi, fino al 1938.

Di lui Ogiwara Seisensui scrive: “Santoka cammina senza scopo, è come le nuvole e i fiumi. Deve muoversi, cambiar luogo. Per lui camminare è vita”. Santoka stesso scrive: “Quando si viaggia si arriva a comprendere gli esseri umani, la natura e la poesia”.

In questo periodo pubblica le raccolte Stupa d’erbe e alberi, L’uomo con la ciotola da mendico, Paesaggi d’erbe selvatiche e Foglie di kaki, nei due anni successivi Solitudine e Corvi.
Muore nel 1940. Fino ad allora aveva percorso a piedi 28 mila miglia.


Dino Campana nasce nel 1885, tre anni dopo Santoka, a Marradi, vicino Firenze. Intorno ai cinque anni incominciano a manifestarsi i primi disturbi che gli varranno nel suo paese l’appellativo di mat. Ma ciò che lo contraddistingue presto è la sua predisposizione alle fughe e ai lunghi vagabondaggi. Durante l’ultimo anno di liceo parte a piedi e viene arrestato a Parma. Nel 1906 la sua carriera escapistica prosegue con una fuga e un viaggio fino a Genova, e con una conseguente visita specialistica per essere internato in un manicomio al compimento del ventunesimo anno d’età. Fugge ancora, viene fermato in Francia, finisce nel manicomio di Imola, dove rimane per un mese. Poi parte per Buenos Aires.

Intanto Campana scrive. Fugge, cammina e scrive. Torna in manicomio, a Firenze. Poi compie un viaggio a piedi da Marradi al santuario della Verna, il luogo delle stimmate di San Francesco, e scrive una delle parti che comporrà i sui Canti Orfici: il manoscritto dell’opera è inizialmente smarrito dalla “premiata ditta Papini & Soffici”, l’anima editoriale della rivista Lacerba. Campana è costretto disperatamente a riscrivere tutto.
Del suo incontro con il mondo intellettuale italiano scrive:

“Vo alla latrina e vomito (verità) / Letteratura nazionale / Industria del cadavere / Si salvi chi può”

Intanto parti delle sue opere incominciano a vedere la luce, pubblicate qua e là. Nel 1916 incontra Sibilla Aleramo, già amante di Cardarelli ed Emilio Cecchi. Nel 1918 è rinchiuso nel manicomio di Castel Pulci, e vi rimane quattordici anni, durante i quali lo psichiatra Pariani lo visita regolarmente diventando anche il suo biografo. Muore nel 1923.
Il viaggio settembrino per la Verna porta Campana per strade solitarie e immerse nella Natura. Passa per Campigno, per la foresta del Falterona, Stia e poi il passo della Verna. E ritorno, per il Monte Filetto, ancora Campigno, fino a Marradi. Un movimento in cui il camminare prende l’aspetto del pellegrinaggio.

Se, come ricorda Le Breton, “camminare significa mettersi a nudo, scoprirsi in un faccia a faccia con il mondo (…) nell’affidare i propri passi al magnetismo della strada (…) e conduce a percorrere le sinuosità del mondo e del proprio essere in uno stato di ricettività, di alleanza, Campana è nel paesaggio, è nella Natura in ogni passo messo avanti verso la meta. Solo, è tutt’uno con ciò che lo circonda, in basso come in alto:

Come incantate erano sorte per me le stelle nel cielo sullo sfondo lontano dei dolci avvallamenti dove sfumava la valle barbarica, donde veniva il torrente inquieto e cupo di profondità. Io sentivo le stelle sorgere e collocarsi luminose su quel mistero.

In una notte stellata che riporta la memoria a quella dipinta nel 1888 da Van Gogh ad Arles Campana è nelle luci della valle accese e in quelle sospese sulla volta celeste, poi si rende conto: “Ero solo”.

Più avanti, nei pressi de la Verna

Io vidi dalle solitudini mistiche staccarsi una tortora e volare distesa verso le valli immensamente aperte.

Sulla strada del ritorno

La tellurica melodia della Falterona. Le onde telluriche.


Breve Bibliografia

Dino Campana, Canti Orfici
David Le Breton, Il mondo a piedi
Santoka Taneda, Paesaggi d’erbe selvatiche
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Terzo racconto classificato nel concorso "Sul Romanzo Blog"

Il Peso delle Libertà (Fabio Ciriachi)

In una limpida mattina di primavera un vecchio e un ragazzo camminano fianco a fianco per le strade deserte di una città di mare. I muri tra i negozi chiusi sono ricoperti da sbiaditi manifesti elettorali. Luca li guarda e ha l'impressione che sia passato un secolo dalle elezioni del 2011. Smentendo tutti i sondaggi, l'opposizione aveva vinto e si era riversata in strada per un'interminabile festa che al terzo giorno, però, gli sconfitti avevano spento nel sangue. Quanta straziata incredulità per i tanti morti! E pensare che, solo un anno prima, ad accogliere a braccia aperte i golpisti erano stati proprio quelli che delle libertà avevano fatto un partito.
Luca odia quei visi sui manifesti. È giusto odiarli tanto? Sa che la domanda è mal posta. Sa che i sentimenti non sono né giusti né sbagliati; perché, come gli ha detto Ivan, non si possono decidere, non dipendono da noi; al contrario delle azioni delle quali, invece, siamo i soli responsabili.
Ivan gli aveva raccontato anche di due documentari visti in gioventù. Il primo era sulla tortura nel mondo. Atroce la nuova tecnica sperimentata da una giunta sudamericana nei lontani anni ‘70. Le possibilità di scelta lasciate al prigioniero, infatti, non erano le solite: vivere, se avesse confessato, o morire, se avesse taciuto. Con una rasoiata gli veniva aperta la pancia dall’ombelico al sesso in modo da causare la fuoriuscita degli intestini, una ferita non immediatamente mortale. A quel punto il prigioniero doveva fare la sua scelta tenendosi le viscere con le mani. Se avesse insistito a non parlare lo avrebbero lasciato così, tre giorni e tre notti d’agonia prima di una morte inimmaginabile. Premio della confessione, una pallottola in testa per interrompere l’orrore.
L’altro documentario era sull’IRA. Ai volontari che volevano arruolarsi veniva rivolta sempre la stessa domanda. Perché ne vuoi far parte? Chi dava come risposta l’odio per gli inglesi era scartato. L’odio è un sentimento, spiegava l’arruolatore, e in quanto tale può cambiare, offre minori garanzie d’affidabilità. Una lotta armata, con tutto quello che mette in gioco, non può dipendere dalla mutevolezza dei sentimenti.
Luca e Ivan procedono assorti, silenziosi. In mezzo a un incrocio un cane ne sta montando un altro. Quello sopra, bocca aperta e lingua penzoloni, si volta verso di loro, poi torna alla sua attività assecondando con veloci passi sulle zampe posteriori un brusco spostamento di quello sotto. Imboccano una strada alberata sulla destra.
“Secondo me” dice Ivan “il confine non dovrebbe essere salito rispetto a ieri. Vedrai, sarà sempre sulla direttrice Orto Botanico-Consolato Francese”.
“E questo sarebbe un buon segno?” domanda Luca.
“Beh, tenendo conto che stanno cercando di prendersi la città alta...”. S’interrompe di colpo. Su una strada laterale c’è una Dalia nuova, con targa straniera, parcheggiata tra vecchie auto.
“Qualche turista con le palle che si è avventurato nella zona a rischio” dice grattandosi il mento ispido di barba bianca. Accanto all'auto prova alcune combinazioni col passe-partout elettronico, finché si sintonizza sugli impulsi giusti. Appena ha disattivato l’allarme apre gli sportelli. Entra, forza il bloccasterzo, e mentre Luca gli si siede accanto, strappa i fili dell’accensione e li unisce per avviare il motore. Poi abbassa i cristalli e inizia a guidare col gomito sul finestrino, i radi e lunghi capelli grigi scompigliati dal vento. Accende la radio: trova musica. Si aggiusta gli occhiali sul naso, e con una brusca manovra sorpassa un camioncino delle bibite.
Luca guarda Ivan in tralice e gli pare proprio una persona realizzata, il più fortunato tra i mortali. A quasi settant'anni sa rubare una macchina ultimo modello, ha occhiali da sole fichissimi, guida col braccio sul finestrino. E poi ha pensieri da uomo, si vede, pensieri che attirano il mondo nella testa e lo passano in rassegna con l’intelligenza; non come i suoi, sempre a caccia di chissà che, sempre a chiedere dove sono, cosa vuol dire?
La musica, intanto, ha lasciato il posto alla pubblicità. Reclamizzano il modello d’auto su cui stanno viaggiando. “Con Dalia la strada ti ammalia” canta una voce femminile, sul motivo di una vecchia canzone.
Ivan sorride compiaciuto; fruga nel vano portaoggetti e trova un paio di occhiali scuri. “Questi ti dovrebbero andare” dice a Luca che subito li prende e li inforca; poi rivolta il parasole per guardarsi nello specchietto. Aggrotta la fronte, alza il mento; avesse più barba potrebbe quasi sembrare un uomo.
Di colpo Ivan frena. Sono all’inizio del ripido rettilineo che precipita dritto fino ai fortilizi della dogana vecchia per poi piegare verso la costa. Da lì il mare è vasto e curvo; le strutture del porto, con i perimetri delle darsene e il traffico lungo le banchine, sembrano irraggiungibili. Trecento metri più in basso, prima della curva, un posto di blocco occupa per intero la strada e i marciapiedi.
“Non capisco la deviazione del confine” dice Ivan. “Si tratta solo di una punta avanzata o tutta la linea si è spinta così in alto?”. Poi rimane a seguire con attenzione i movimenti dei militari armati di mitra. Quelli coi giubbetti antiproiettile fermano le auto per i controlli. Al momento ci sono una decina di vetture nella strettoia delle transenne. I blindati sono disposti a spina di pesce al centro della carreggiata, i gipponi, invece, di traverso sui marciapiedi.
“Certo, è un’occasione unica” esclama Ivan “un vero regalo! Lo vedi anche tu il bersaglio?” domanda a Luca senza distogliere lo sguardo dal posto di blocco. Fa un sospiro. “Se non ci fossero le altre macchine...”.
“Esci” dice bruscamente a Luca che lo asseconda subito. Poi spegne il motore, ingrana la prima ed esce a sua volta. Attraverso il finestrino aperto manovra sul volante finché le ruote non sono perfettamente dritte, quindi fa scattare il bloccasterzo. “Tienila ferma che tolgo la marcia” ingiunge a Luca, e mentre questi, senza capire, si sforza di trattenere la Dalia, Ivan mette a folle e riavvia il motore. “Ora vai e colpisci” dice alla macchina spingendola con forza verso la discesa.
Luca sente il cuore correre all’impazzata. Sta per succedere qualcosa di grosso e lui ne fa parte. È già un combattente? Lo diventerà fra poco? È quello il suo battesimo da uomo?
Troppe domande. Ora importa solo ciò che sta accadendo, e ciò che sta accadendo è dotato del potere ipnotico di assorbire tutta l’attenzione e non ammettere altro; come se un filo invisibile legasse i loro sguardi alla Dalia, e quel filo fosse l’unico confine valido tra ciò che conta e ciò che invece è superfluo.
Dopo cinquanta metri di ripida discesa l'auto è un bolide che fila dritto verso il posto di blocco, è una lucente bomba terrestre indirizzata sui militari col suo carico di benzina e di lamiere sempre più pesanti.
Il resto è veloce e scontato. Alcuni militari sparano raffiche di mitra, altri si gettano urlando ai lati della strada. L’impatto violento è seguito da una forte esplosione.
Avvolte dalle fiamme, la Dalia e le vetture colpite rovinano contro quelle vicine causando una catena lenta e inarrestabile di esplosioni, fumate nere in cui lampeggiano gigantesche lingue di fuoco, boati e poi ancora boati finché tutto è una grande colonna di fumo catramoso che di colpo oscura il sole.
Ivan sfoga la sua eccitazione urlando a bocca spalancata, le vene del collo gonfie, lo sguardo stravolto. “Si devono cagare sotto, si devono” dice poi a muso duro. “Imprimiti nella mente quello che vedi, Luca, perché non è roba da tutti i giorni. Ed ecco a voi, ladies and gentlemen” dice poi, come un presentatore televisivo.
Il fumo, giunto fino a loro, rende difficile respirare. Tra vampe acri di benzina e gomma bruciata le esplosioni si susseguono con una cadenza che sembra non avere fine. Nella città bassa inizia il lamento delle sirene. Ivan e Luca si allontanano; un vecchio e un ragazzo che sopportano insieme, a primavera, il grande peso delle libertà.
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22 dicembre 2009

Intervista a Errico Buonanno


Buongiorno, vorrei iniziare chiedendole a quale età si è avvicinato alla scrittura e se è stato o meno un caso fortuito.

Da bambino scrissi un romanzo di pirati e un poliziesco con una vecchia macchina da scrivere che avevo in casa, un residuato bellico i cui tasti si continuavano a inceppare. Ma nel frattempo disegnavo storie a fumetti e tormentavo amici e parenti con spettacoli di burattini. Nel frattempo sognavo seriamente di fare il regista, per girare un film sulla mia vita; cosa che, a otto anni, lo capisco, era abbastanza grottesca. Le prime esperienze di scrittura “autentica” vennero con le superiori: recitavo nella compagnia teatrale del liceo Tasso di Roma e scrissi una commedia che mettemmo in scena a fine anno. Il titolo era Il circolo vizioso e in capo a tre anni, durante l’università, partii proprio da questa trama per stendere il mio romanzo d’esordio, Piccola serenata notturna.

Se consideriamo come estremi l’istinto creativo e la razionalità consapevole, lei collocherebbe il suo modo di produrre scrittura a quale distanza dai due?

Esiste il momento dell’istinto, che è l’unico momento felice di tutto il processo. Dura un attimo: è quando ti balza in testa la buona idea, spesso è qualcosa di assolutamente sfocato. Poi inizia la riflessione, la cura, la fatica. E sono dolori.

Moravia, cascasse il mondo, era solito scrivere tutte le mattine, come descriverebbe invece il suo stile? Ha un metodo rigido da rispettare o attende nel caos della vita un’ispirazione? Ce ne parli.

Ho un brevettatissimo “metodo Buonanno” che sono riuscito a far adottare a molti miei amici. Visto che, come ha scritto Cavazzoni, la vita di ogni giorno complotta incessantemente contro la poesia – i panni da stendere, la spesa da fare… tutto a discapito del tempo per scrivere – e visto che siamo esseri per cui ogni scusa è buona per perdere le ore, la sera prima preparo una lista accurata degli impegni amministrata secondo le ore che so di avere a disposizione. Undici, dodici ore di lavoro? Undici, dodici modi in cui impiegarle. Tassativamente. Allo scadere di ogni ora metto una crocetta. Sembra un metodo inumano, ma la realtà è che c’è il trucco. Siccome mi dico che la vita dello scrittore non consiste solo nello scrivere, ma nell’acculturarsi, nell’incontrare gente, la mia lista di oggi per esempio prevede: «1) Leggi il giornale, 2) Leggi un libro, 3) Chiama R. P. per prendere il caffè, 4) Vai al bar per prendere il caffè con R. P….» Vedete bene come si sono fatte le undici del mattino senza aver combinato un accidente. Con rigore, però.

Di che cosa non può fare a meno mentre si accinge alla scrittura? Ha qualche curiosità o aneddoto da raccontarci a riguardo?

Un tempo non riuscivo assolutamente a scrivere senza fumare e ascoltare musica. Ora che ho smesso di fumare resta la musica. Il problema è che scelgo una canzone adatta al tono che vorrei dare al romanzo e al racconto, dopodiché la ascolto a loop fino alla fine. Questo significa che, una volta messo il punto, canzoni anche bellissime mi vengono a noia a un punto tale da non poterle più ascoltare senza odiarle.

Wilde si inchinò di fronte alla tomba di Keats a Roma, Marinetti desiderava “sputare” sull’altare dell’arte, qual è il suo rapporto con i grandi scrittori del passato? È cambiata nel tempo tale relazione?

Non mi sono mai vergognato di essere uno scrittore “iperletterario”. I riferimenti al passato, il dialogo con i morti, sono elementi sempre presenti in quel che scrivo. Ma paradossalmente non riesco a trattare i maestri senza deriderli. Mi sembra una cosa inevitabile: i padri si accoltellano. Se ci si limitasse a seguirli, non avrebbe senso scrivere. Basterebbe rileggere i classici.

L’avvento delle nuove tecnologie ha mutato i vecchi schemi di confronto fra centro e periferia, nonostante ciò esistono ancora luoghi italiani dove la letteratura e gli scrittori si concentrano? Un tempo c’erano Firenze o Venezia, Roma o Torino, qual è la sua idea in merito?

Non credo che le nuove tecnologie possano far tramontare il bisogno di un confronto intellettuale diretto, né che il famigerato virtuale possa far cessare di esistere ambienti concreti. E l’ambiente e gli scambi condizionano le poetiche, che non sono mai assolute, ma esistono. Esistono ancora piccole, sottili “scuole” romane, torinesi, nordestine, sarde… benché ovviamente non ci siano più i caffè delle Giubbe Rosse, ma questo conta molto poco. È vero poi che non si tratta di ambienti chiusi, ma continuano ad esserci specificità, grazie al Cielo.

Scrivere le ha migliorato o peggiorato il percorso di vita? In altre parole, crede che la letteratura le abbia fornito strumenti migliori per portare in atto i suoi desideri?

Assolutamente no. I libri non salvano, men che mai quelli che scriviamo noi. Il tasso di ossessioni, ansie, problemi che ho tratto dai miei libri è stato cento volte maggiore a quello dei vantaggi e delle liberazioni. Scrivo perché non ne posso fare a meno e, senza retorica, se sono felice è per tutto fuorché per i libri. Le risposte le conoscono tutti: amore, amici…

La ringrazio e buona scrittura.


Errico Buonanno è nato a Roma nel 1979. Ha pubblicato “Piccola serenata notturna” (Marsilio 2003, Premio Calvino), “Partita doppia” (con Gianni Farinetti, Aliberti 2005), “L’accademia Pessoa” (Einaudi Stile Libero 2007, Premio Orient Express). L’ultima sua opera è “Sarà vero. La menzogna al potere. Falsi, sospetti e bufale che hanno fatto la storia” (Einaudi Stile Libero 2009).

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La presentazione perfetta del vostro prezioso romanzo - parte II: in libreria


Di Manuela Vio

Questa volta vorrei parlarvi in dettaglio della presentazione fatta all’interno di una libreria.
La prima cosa in assoluto da fare, è quella di farsi una lista delle possibili librerie in cui proporre il vostro romanzo, naturalmente le sceglierete voi le librerie in questione, vi dico già da ora che se avete pubblicato il vostro romanzo con una casa editrice piccolina e poco conosciuta, non tutte le librerie potranno organizzare la vostra presentazione per il semplice fatto che, essendo la vostra casa editrice piccola appunto, non è detto che, in una o più librerie, siano presenti i testi stampati da questa casa editrice quindi, fatevi pure la vostra lista e cominciate a contattare le librerie una per una, sia telefonicamente, che tramite e-mail e se ne avete la possibilità, andate lì di persona così potrete farvi vedere e a vostra volta vedere il posto, l’ambiente e il personale, che è molto importante.

Il fatto di andare li di persona è un incentivo in più a farvi dire di “sì” perché, e questo lo dico io, a meno che la libreria non possa fare la presentazione del vostro romanzo solo perché non ha la vostra casa editrice nella lista dei loro fornitori, non è molto facile dire di no in faccia ad una persona quanto invece potrebbe risultare molto più facile dirlo tramite mail o telefono, ciò non toglie che se vogliono dirvi di no ve lo dicono lo stesso ma comunque è sempre bene presentarvi di persona. Il fatto che possano dirvi di no, non deve assolutamente scoraggiarvi, di librerie ne è piena l’Italia e anche dalle vostre parti sicuramente non mancheranno, quindi, se qualcuna di loro vi risponde “picche” pazienza, uscite e andate in quella dopo, comunque sia è difficile che una libreria vi dica di no, tanto a loro non costa nulla, al massimo un po’ di tempo perso per l’allestimento di un angolino per voi e il vostro romanzo, non vergognatevi a chiedere, anche perché è un vostro diritto, le librerie non servono solo per vendere libri ma anche per pubblicizzarli e promuoverli quindi: coraggio e affrontate le vostre paure e la vostra timidezza, non c’è nulla da temere.

So bene che per molti di voi, anche solo il fatto di entrare in una libreria e chiedere alla commessa o chi per lei se è possibile presentare il vostro libro non è cosa facile, pensate che quando l’ho fatto io la prima volta, prima di riuscire ad aprir bocca, sono entrata e uscita dalla libreria almeno dieci volte tanto che la commessa avrà sicuramente pensato che io fossi pazza. Tutto è dovuto al poco coraggio e poca autostima iniziale lo so, ma vedrete che dopo averlo fatto una volta, vi sembrerà più che normale farlo in tutte le librerie che vi capitano sotto gli occhi e, anche se mettiamo il caso entrate in una libreria solo ed esclusivamente per vedere le ultime uscite o acquistare un libro, nel momento in cui vi troverete alla cassa per pagare e con la commessa davanti a voi, non potrete fare a meno di chiederle se è possibile presentare il vostro libro in quella libreria… poi alla fine diventerà una deformazione professionale… bene.

Detto questo, torniamo alla nostra lista di librerie, dopo aver appurato in quali e quante librerie voi potrete fare la presentazione, cominciando sempre da quelle più vicine a voi per poi andare, un po’ alla volta, sempre più lontano, è bene che prendiate di nuovo in mano il vostro romanzo e ve lo rileggiate per estrapolare da esso le parti più interessanti, divertenti ed emozionanti da poter poi leggere alle presentazioni, naturalmente si sta parlando di: inizio e centro del romanzo non di sicuro della fine altrimenti, se già si dice come va a finire, buona notte! Non venderete una sola copia, infatti per questo motivo dovrete cercare le parti più interessanti per incuriosire il pubblico e fargli venire voglia di sapere come andrà a finire, è un lavoro questo che va fatto una volta soltanto perché poi in ogni libreria e in ogni presentazione, leggerete gli stessi pezzi fino a quando non vi usciranno dalle orecchie da quante volte li avrete letti.

Una volta scelti i pezzi da leggere, che non devono essere più di tre al massimo quattro altrimenti le persone si annoiano a sentirvi leggere e se ne vanno, dovrete fare le “prove” di lettura a casa vostra, davanti a chiunque abbia voglia di ascoltarvi, anche del vostro cane o pesce rosso… leggete e rileggete interpretando i personaggi ed enfatizzando le parole, ricordatevi che dovete far provare emozioni e suscitare interesse a chi vi sta davanti, le “prove” sono molto importanti.

Nel momento in cui entrerete in una libreria per la richiesta di presentazione, e la libreria in questione non vi fa alcun problema e vi dice “sì” allora siete apposto, ditele pure di ordinare, dal vostro editore, almeno una cinquantina di copie del vostro romanzo, state alti con le quantità, perché mettiamo il caso che voi le vendiate tutte in quell’ora di presentazione, e questo me lo auguro per voi, poi il responsabile della libreria, visto il successo ottenuto, sicuramente ne ordinerà altre copie da tenere sugli scaffali, se invece non riuscite a vendere tutte le cinquanta copie, il che è molto probabile, non vi preoccupate, quelle che avanzeranno resteranno in libreria e verranno esposte, così bene o male il vostro romanzo sarà a portata di pubblico. Se non si fa così, difficilmente un romanzo di un esordiente lo si vedrà tra gli scaffali di una libreria in mezzo a quelli di Dan Brown o di Ammaniti o di Volo…

L’allestimento della libreria è una cosa che spetta a chi ci lavora all’interno quindi non preoccupatevi, anche i libri arriveranno direttamente a loro pertanto non sarà necessario che li portiate voi. L’unica cosa che dovrete fare è: partire da casa con la copia dei testi da leggere, la tasca piena di bigliettini da visita e il morale alle stelle, la positività è la colonna portante di tutto, senza di essa è meglio che voi ve ne stiate sotto le coperte del vostro letto.

La presentazione in una libreria ha durata di circa 45 minuti al massimo un’ora, questo sarà tutto il tempo che voi avrete a disposizione per attirare a voi e alle vostre letture, i clienti già presenti nella libreria ed incuriosirli tanto da farli fermare e ascoltare cosa state leggendo. Non siate timidi, invitate, anche con un cenno della mano mentre state leggendo, le persone a sedervi di fronte a voi, sorridete e siate gentili, questa è la formula magica per attirare le persone e non solo in una presentazione ma anche nella vita di tutti i giorni.

Cercate di spargere la voce del luogo, l’ora e il giorno in cui farete la vostra presentazione, un passa parola tra amici e conoscenti, anche Facebook aiuta in questo, vi direi di noleggiare un elicottero e poi dall’alto spargere i volantini del vostro romanzo con la data di presentazione stampata in lettere cubitali ma probabilmente, vi costerebbe un occhio della testa… in alternativa i volantini li potete fare lo stesso e lasciarli nei bar, nelle biblioteche, anche alla fermata del bus, perché no! Insomma, sta a voi farvi pubblicità e sono sicura che le idee non vi mancheranno, basta metterle in pratica niente di più.

Vedrete che quando le persone si fermeranno, una dopo l’altra, ad ascoltare voi leggere, l’entusiasmo crescerà sempre di più e la voglia di piacere agli altri aumenterà con l’unica conseguenza positiva, che riuscirete a vendere qualche copia del vostro prezioso romanzo e, sapendo che verrà letto e vissuto, che le persone si emozioneranno vivendo le situazioni dei protagonisti da voi creati, avrete raggiunto il vostro obiettivo. Si può fare ed affrontare qualsiasi situazione nella vita, basta crederci!

Ah… dimenticavo, poi quando avrete finito la vostra presentazione non preoccupatevi di rimettere tutto in ordine, ci penserà chi lavora all’interno della libreria, voi per quel giorno non sarete altro che la Star… sarà il vostro piccolo momento di gloria… gloria che vi siete guadagnati con la fatica e il sudore.


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Secondo racconto classificato nel concorso "Sul Romanzo Blog"

Arrivederci (Giacomo Zova)

Drin, drin, drin… porca miseriaccia che sonno! Ogni mattina, ogni giorno eccetto la domenica e festività, da diciannove anni. Busta paga: 1140 euro. Affitto, bollette, cibo, figli, assicurazioni, ecc. Dopo meno di un mese sono in attesa, finché vado in banca, digito il codice, guardo quanto posso prelevare e da lì capisco subito se è già sceso lo stipendio, mica abbiamo risparmi noi. L’ho detto a mia moglie poco tempo fa: - Se capita un funerale, come la paghiamo la bara? -, la buttiamo sul ridere, ma c’è poco da scherzare. Non si riesce a risparmiare nulla da anni, il poco che accumuli lo spendi in una vacanza senza tanti lussi d’estate, il gelato di Fabio, il più piccolo, la paghetta di Paolo, il più grande, non posso farlo andare fuori con gli amici senza un euro, e una pizza due volte tutti assieme. Scegliamo sempre lo stesso posto per la tenda, cuciniamo noi con i prodotti che abbiamo acquistato al discount prima di partire. Che vita di merda. Qui non si tratta di fare chissà che cosa, ma di mera sopravvivenza. Non so chi ha pensato l’economia, fa schifo, ecco, fa schifo. A volte però penso che non vorrei essere il padrone, sì, ha una villa, una gran bella macchina, mangia nei ristoranti, si tenesse tutto, meglio la nostra vita, più tranquilla, di merda, ma tranquilla. Vedo quando chiama l’avvocato o il commercialista, sempre un problema, sempre un ritardo, sempre stressato. E vota il Berlusca, dice sempre che con lui si ruba più facilmente, fatture, verbali, cose così insomma. Ce lo dice vantandosi. Io che cosa posso rubare… mi dovrei portare a casa un computer dagli uffici amministrativi o un telaio dal magazzino, potessi rubare, facile a dirlo.
Dai, si scherza, solo che mia moglie si infastidisce sentendo che le racconto queste cose, ha ragione, ma se dovessi prendermela per ogni battuta che sento in fabbrica dovrei cambiare lavoro, ne sento di tutti i colori, sulle donne, sui politici, sui preti, sui personaggi famosi, sulle famiglie degli altri. Non si può mica stare zitti, bisogna ridere, se non ridiamo che cosa ci rimane da fare…
L’altro giorno: - Piero, cosa fai a Natale?
- Che cosa vuoi che faccia, mi romperò le palle come al solito con i parenti di Luisa!
E giù a ridere, a sparlare. Almeno ci passa meglio il tempo.
Mi viene in mente quando cominciai a lavorare qui, il mio primo e ultimo lavoro, non sapevo nulla, mi pareva una novità continua, ora non imparo nulla da anni, so tutto ciò che serve, devo ripetere le operazioni, dalla prima all’ultima, per tante volte ogni giorno. Come gli altri. Be’, non tutti, quasi tutti. Noi poveracci speriamo nella botta di culo, perché di questo si tratta: si vorrebbe andare al gioco dei pacchi o al milionario o si piglia un gratta e vinci, non si risolve tutto con i soldi, ma se invece di 1140 euro, avessi 2140 euro al mese farei una vita interamente differente. 1000 euro in più fanno la differenza, certo. Poi sento che fanno la finanziaria da miliardi di euro, danno miliardi di qua, miliardi di là, io non vedo nulla di questi miliardi, ma 1140 euro al mese sudati fino all’ultimo centesimo.
L’altro giorno sentivo il telegiornale e quell’imbecille di Capezzone, uno degli uomini più venduti del paese, dichiarava che le famiglie devono stare calme perché i consumi sono ripartiti e siamo messi meglio degli altri paesi, gli venisse un colpo, si rende conto di che cosa significhi vivere con 1140 euro al mese? Ne hanno la minima idea lui e il suo schifoso padrone? Uno è buono, io lo sono, certa gente però davvero mi fa diventare cattivo, riesce a farmi uscire la parte peggiore, a calci in culo li prenderei.
La vendetta contro quei buffoni è pronta, ne ho parlato con serietà a Luisa il mese scorso. Lei mi ha guardato perplessa, poi mi ha chiesto se scherzavo, “no”, ho replicato. Ci stiamo informando, sarà dura, ma i miei figli devono avere una vita diversa dalla mia. Con quei 1140 euro che cosa posso dare loro? La conclusione è bella e pronta: se non posso dare nulla io, ovunque sia, dato che sono un operaio, allora sarà lo Stato a farlo per me, non questo di certo. L’Italia è un paese per benestanti, gli altri, tanti, fanno una vita di merda. Ho un vecchio amico in Danimarca, mi ha raccontato cose che sembrano fantascienza. Ci mancherà il cibo, il clima, il mare, per quanto riguarda il resto non ci mancherà nulla. Ora Federico si sta attivando per trovarmi un primo lavoro, sembra che le paghe lì siano nettamente superiori.
- Sì, però la vita costa di più! - mi ha detto un mio collega qualche giorno fa.
Federico mi ha detto di non ascoltarli, che non sanno nulla e parlano a vanvera, lui con un lavoro semplice riesce a risparmiare assieme alla moglie ogni mese almeno 500-600 euro, anche lei fa un lavoro semplicissimo, lavora per conto delle Poste danesi. E noi dovremmo stare qui a fare la fame, ad arrabbiarmi sentendo le chiacchiere di Ballarò o leggendo le battaglie consolatrici di Repubblica? No, basta. Si tenessero le loro speranze, io non voglio più speranza per la mia famiglia, voglio fatti concreti.
Siamo già andati in banca per un prestito, abbiamo chiesto 8000 euro, questi soldi sono la nostra vera speranza: la prossima settimana, quando saranno nel nostro conto, prendo una settimana di ferie a gennaio, ho arretrati e vado da Federico a cercare casa e lavoro. All’inizio non sarà facile, lontani, appena mi sono sistemato, facciamo tutta la burocrazia e in pochi mesi faccio salire là tutti, così intanto Paolo e Fabio finiscono l’anno scolastico.
Veline, escort, feste in Sardegna, bla-bla inutili, voglio che diventino un bruttissimo ricordo del mio passato, del nostro passato. Qui non cambierà mai nulla, siamo noi che dobbiamo cambiare, abbandonando questo paese disgraziato. Nessuno vuole davvero che gli italiani abbiano una vita migliore, se fosse così, qualcuno dovrebbe fare a meno di qualche privilegio, figuriamoci.
Arrivederci Italia, tenetevi il Berlusca e tutti gli altri cretini.


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Donne fatali 3: l'evoluzione e le ambiguità del mito fra '800 e '900


Di Michele Ruele

D’ANNUNZIO E FOGAZZARO

C’è affollamento di donne fatali nei romanzi di Gabriele D’Annunzio. Questo tipo di superdonna, che in realtà si adatta assai spesso al modello maschile, è molto conosciuta. Tra l’altro, è D’Annunzio il primo a «portare tra gli italiani la Bisanzio anglo-francese della fin del secolo» (Mario Praz).
Reincarnazione di Elena e Saffo è la Pamphila del Poema paradisiaco (ricostruita pari pari sulla Héléne della Tentazione di sant’Antonio di Flaubert, «perenne sua fonte d’ispirazione» come chiarì Praz); Elena Muti nel Piacere (1881); Ippolita Sanzio nel Trionfo della morte (1894) - «”La crudeltà è latente in fondo al suo amore” egli pensò», talvolta è agli occhi di Giorgio Aurispa dotata di «un tal grado di intensità simbolica nel significare il principio del fascino femminino eterno», talvolta è una bruta macchina d’amore, «la romana pallida e vorace, insuperabile nell’arte di fiaccar le reni ai maschi» -; Foscarina (Eleonora Duse) nel Fuoco (1900); Pantea nel Sogno d’un Tramonto d’autunno (1898); Gioconda nell’omonimo dramma (1898); la Comnèna de La gloria (1899) - «Secoli di fasto, di perfidia e di rapina s’inabissavano in te, sangue di traditori e d’usurpatori, razza micidiale. Ovunque tu toccassi, ovunque aderisse la tua carne d’inferno, pareva dovesse farsi una piaga senza rimedio. Eri il danno, il supplizio, la perdizione certa…»; Teresa Raffo nell’Innocente; la Basiliola della Nave (1908); Isabella Inghirami in Forse che sì forse che no (1910).
Rifacciamoci alla definizione che del sistema della “superfemmina” in D’Annunzio ha dato Mario Praz: «… tutto il ben noto quadro delle manifestazioni sadiche si trova documentato nell’opera (di D’Annunzio), dall’incesto e dal sacrilegio, fino all’apologia del crimine come principio fondamentale dell’elevazione… ma D’Annunzio è inferiore al Sade. È vero che anche gli scellerati del Sade si vantavano di sentirsi divini (“Nous sommes de dieux!”), ma senza possibilità d’equivoco circa la loro psicopatia».

Una donna fatale che sfugge alle intenzioni del suo stesso autore è Marina Crusnelli in Malombra di Antonio Fogazzaro (1881). Quest’ultimo intendeva usare la figura della donna diabolica per un intento morale ed edificatorio di stampo cattolico: «[…] voglio che riesca un libro sano, corroborante […] voglio in una parola che il talento confidatomi da Dio renda quel frutto che piace a lui».
Ma le lettrici del romanzo esalteranno Marina a tutto danno della “sana e corroborante” Edith: si è affermato che nel personaggio di Marina c’è «una sorta di vendetta delle lettrici borghesi, sia contro il turpe egoismo dell’uomo, sia contro certe pretese della società maschile, che intendeva difenderle in un’estasi di sottomissione. L’esempio della donna fatale, negativo secondo un’ottica maschile che vede in lei confermati ancestrali timori di castrazione di morte, si rovescia in positivo se assunto criticamente come iperbole di una reale volontà di emancipazione da schemi socialmente superati da parte delle lettrici che ne decretarono il successo» (Isabella Nardi).

Il 1910 è un anno cruciale per le sorti della donna fatale nella letteratura colta italiana. Escono Forse che sì, forse che no di D’Annunzio, nel gennaio, da Treves, e Leila di Fogazzaro, nel novembre, da Baldini e Castoldi.
Sono anche gli ultimi romanzi dei due scrittori.
Due opere dalle caratteristiche ardite e audaci, anche in senso erotico, eppure spregiudicatamente conservatrici, in linea con esigenze nazionalistiche diverse, ma entrambe proiettate verso certe parole d’ordine che di lì a non molto formeranno l’ideologia fascista della gestione totalitaria: fede e famiglia, macchina e azione, vitalismo e attivismo, estetizzazione della prassi e nazionalismo.
In tal senso, parlare a questo livello di donne-sfinge, di donne fatali diventa quasi ridicolo.
Tanto più se si propende verso la tesi da più parti sostenuta che la femme fatale sia «una creazione maschile di uno stereotipo di donna, ed è legata alla crisi sessuale degli ultimi decenni dell’ottocento» (I. Nardi).
Dunque Leila di Fogazzaro e Isabella Inghirami di D’Annunzio stanno sul bordo finale, sono l’ultima pagina su cui si muove il tipo ottocentesco di femme fatale.

Scompare lo stereotipo, resta in qualche modo il mito. Alla fascinazione del doppio che permea le figure di Verga, D’Annunzio, Fogazzaro si aggiunge l’impasto di umoristico e grottesco – come in Pirandello, in Palazzeschi.

Queste donne fatali sono parodizzate da Guido Gozzano (la signorina Felicita e la serie di cocottes delle sue poesie), da Eugenio Montale (Esterina in Ossi di seppia, Falsetto), dalle donne delle poesie e dei romanzi di Aldo Palazzeschi, da A mia moglie di Umberto Saba: è proprio lo statuto parodico a garantire possibilità di sopravvivenza a una figura che nel Novecento subisce una mutazione, mantenendo certi tratti soprattutto formali (restano i dettagli del personaggio come per esempio la duplicità, il color viola, l’ambiguità sessuale, la carica funebre, la carica sensuale dei capelli, lo sprezzo, gli amori pericolosi: ciò significa la trasfigurazione a “mito”) ma avviandosi a diventare, più che del rimosso, figura di un mistero accettato come parte costitutiva della condizione “moderna”.

INIZIO NOVECENTO – LA DONNA FATALE DA MOSTRO MINACCIOSO A EROINA DELLA MODERNITÀ

Il terrore borghese dell’emancipazione della donna, che si manifesta nel ricorrere della fantasia della donna fatale, e ancora la forma misogina che la cultura maschile assegna all’espressione di tale stereotipo, si ripresenta nella Angiolina Zarri di Senilità di Italo Svevo (1898), nel quale la struttura dualistica della donna fatale ricorre con grande evidenza, ma anche nell’Ada Malfenti della Coscienza di Zeno: il rovescio dell’Angiolina è in Senilità Amalia; ed è la moglie vera di Ettore Schmitz, Livia Veneziani, come lui la educa nel Diario per la fidanzata.

Ma l’Europa cambia, la donna fatale è sempre più venerata come dea e simbolo di una cultura nuova, più libera.
La pittura – Klimt – e la letteratura viennese di inizio secolo la esaltano: Frank Wedekind fa iniziare così il suo Mine-Haha: «Una donna che si guadagna la vita con l’amore è ai miei occhi ben più degna di stima di una che si abbassa a scrivere romanzi d’appendice o addirittura libri». Nel saggio che accompagna l’edizione Adelphi del 1975, Roberto Calasso intende mostrare come «i misteri del parco di Mine-Haha aprano la porta, simultaneamente, sia su un’utopia del corpo sia sul vasto teatro della perversione del mondo delle merci, sicché, dietro agli esercizi delle fanciulle, il lettore vedrà profilarsi le ombre di Marx, Baudelaire, Klossowski e Benjamin» (lo stesso Calasso nella quarta di copertina). Mine-Haha fu pubblicato per la prima volta nel 1901. Si consulti anche il sito www.gustavklimt.cjb.net

Il secolo si apre con gli sguardi perentori delle Damoiselles d’Avignon di Picasso (1907), mentre la liberazione della libido come tratto delal modernità è stata già affermata con Le déjeneur sur l’herbe di Edouard Manet (1862-63).
Klimt sosteneva che la donna «è in tutto migliore e più perfetta dell’uomo», la dipingeva sovente come una creatura sì bellissima, ma tremenda e minacciosa, facendole incarnare l’idea della Lussuria, con la sua conturbante sensualità, facendola partecipare insomma ancora sia del carattere nuovo sia delle antiche paure.

Dunque troviamo nel Novecento, con le avanguardie storiche in particolare, un nuovo modo di vedere la donna e la donna fatale – non più minaccia ma vera eroina del secolo nuovo – per quanto non siano andati cancellati i segni dell’antico terrore. Un’utopia fisico-spirituale che non è estranea alle scoperte della psicanalisi e alla liberazione (riconquista?) di aree segrete della psiche.

È nota la misoginia professata da Marinetti e dai diversi manifesti del Futurismo, nel primo del quale si afferma il principio del «disprezzo della donna».
Ma sono altrettanto note le presenze di donne fatali, vincenti, sul tipo dell’eroina che afferma se stessa ai danni della mentalità filistea, in Mafarka il futurista (1909) dello stesso Marinetti, e nel suo racconto Le Roi-Bombance, carnevalizzata parodia di un mondo, quello ottocentesco, che allunga il suo crepuscolo fino alle soglie della Grande Guerra: un’immaginaria donna fatale è così interpellata: «Voi da assaggiatrice di maschi qual siete, ricchissima, sfaccendata, vedova amorale, avete ormai bevuto come tuorli d’uova gli uomini più originali d’Europa».

Un lampo nel Futurismo delle origini è quello di Valentine de Saint-Point, anche lei incarnazione del suo ideale di donna nuova. La de Saint-Point è protagonista di due divertenti e provocatori manifesti futuristi: nel 1912 del Manifesto della donna futurista e nel 1913 del Manifesto futurista della Lussuria.
In realtà c’è poco di divertente in qualche proposizione, che rientra nella retorica della “guerra sola igiene del mondo” e in una visione superomistica nel senso più deteriore e greve. Ma fa parte della strutturale ambiguità del futurismo, eversore sul piano del linguaggio artistico, accomodante sul piano politico e ideologico con quanto di peggio si andava preparando nel “secolo breve”.
La de Saint-Point rifiuta la donna sentimentale, la borghese pavida e perbenista, la donna infermiera e la madre protettiva, e propone modelli alternativi: «le Erinni, le Amazzoni; le Semiramide, le Giovanna d’Arco… le guerriere che combattono più ferocemente dei maschi». Conclude il Manifesto della donna futurista: «La donna, che colle sue lagrime e il suo sentimentalismo ritiene l’uomo ai suoi piedi, è inferiore alla prostituta che spinge il suo maschio per vanagloria a conservare col revolver in pugno la sua spavalda dominazione sui bassifondi della città. Questa femmina coltiva almeno una energia che potrebbe servire migliori cause».
E poi ancora, nel Manifesto futurista della lussuria: «Distruggiamo i sinistri stracci romantici, margherite sfogliate, duetti sotto la luna, tenerezze pesanti, falsi pudori ipocriti. Che gli esseri, avvicinati da un’attrazione fisica, invece di parlare esclusivamente della fragilità dei loro cuori, osino esprimere i loro desideri, le preferenze dei loro corpi, presentire le possibilità di gioia, o di delusione della loro futura unione carnale… BISOGNA FARE DELLA LUSSURIA UN’OPERA D’ARTE… La sentimentalità segue le mode, la Lussuria è eterna». «La Lussuria è l’espressione di un essere proiettato al di là di se stesso; è la gioia dolorosa d’una carne compìta, il dolore gaudioso d’uno sbocciare… La Lussuria è la ricerca carnale dell’ignoto… La Lussuria è il gesto di creare, ed è la Creazione. La carne crea come lo spirito crea. La loro creazione di fronte all’Universo è uguale. L’una non è superiore all’altra, e la creazione spirituale dipende dalla creazione carnale».

È da sottolineare che Marinetti – esteta anche della politica, ambiguo sotto il profilo ideologico, in questo frangente fedele alla propria matrice radicale e libertaria – in Democrazia futurista del 1919 affronta concretamente questioni come l’emancipazione dei costumi, la questione femminile, il divorzio, il voto alle donne, la parità salariale, la parità giuridica, il superamento del matrimonio, l’obiettivo del “figlio di stato”, il libero amore. «La famiglia come è costituita oggi dal matrimonio senza divorzio è assurda, nociva e preistorica. Quasi sempre un carcere…» e la famiglia per la donna «nasce quasi sempre da una legale compra-vendita d’anima e di corpo» e i futuristi intendono dunque «distruggere non soltanto la proprietà della terra, ma anche la proprietà della donna».

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Diary of an Interesting Year, Imre Kertész, women and quality of literature...

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Diary of an Interesting Year.

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An interview with Imre Kertész.

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Walser shares literature's goals.

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Saudi writers’ conference focuses on women and quality of literature.

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I venti audiolibri più venduti, la città degli scrittori, libri da ristampare...

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I venti audiolibri più venduti nel 2009 su iTunes.

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La città degli scrittori.

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L’uovo oggi e la gallina domani.

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Mille e non più mille… libri da ristampare!/2.

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21 dicembre 2009

Intervista a Giulio Leoni


Buongiorno, vorrei iniziare chiedendole a quale età si è avvicinato alla scrittura e se è stato o meno un caso fortuito.

Prima che alla scrittura mi sono avvicinato alla lettura, appena appresi i primi rudimenti dell’arte. Fui aiutato da due contingenze favorevoli: vivevo in un palazzo della vecchia Roma in cui ero l’unico bambino, e trovai in casa una cassa di libri di un mio zio materno. Era piena di vecchie edizioni Vallardi delle opere di Salgari, e in più le dispense Nerbini delle imprese di Petrosino e di Buffalo Bill. Per questo già a sei anni avevo un’idea abbastanza precisa dei Caraibi, della Jungla indiana, delle praterie americane e dei bassifondi di New York. Di contro avevo un’idea vaghissima di chi abitasse al piano di sotto, un misterioso ingegnere, e praticamente nessuna della natura di Roma, a parte la catena di vicoli che conducevano da casa mia alla scuola. Questo legame con il lontano spiega forse la piega che ha preso poi la mia maniera di narrare, spesso rivolta a luoghi e tempi lontani dal nostro. Quando si è lettori voraci, la transizione alla scrittura è spesso naturale: semplicemente non si trovano più storie in numero sufficiente per appagarci, e ce le cominciamo a scrivere da noi. Ho fatto le mie prime prove in campo poetico, sia con testi originali che con scritti critici. Ma anche questi ultimi alla fine non erano che racconti, per cui non ho fatto altro a un certo punto che scivolare ancora di più verso le terre dell’immaginazione, e piantarvi le tende.

Se consideriamo come estremi l’istinto creativo e la razionalità consapevole, lei collocherebbe il suo modo di produrre scrittura a quale distanza dai due?

Più sul lato della razionalità consapevole. La figura dello scrittore sognatore, che si ispira davanti a paesaggi serotini, è molto cinematografica, ma corrisponde poco alla realtà. Un testo narrativo, specie se un romanzo, è il frutto di un lungo lavoro di aggiustamenti, ripensamenti, trasformazioni che ha poco a che vedere con l’idea di un’intuizione lampeggiante, che si fa cosa quasi per virtù propria.

Moravia, cascasse il mondo, era solito scrivere tutte le mattine, come descriverebbe invece il suo stile? Ha un metodo rigido da rispettare o attende nel caos della vita un’ispirazione? Ce ne parli.

Chi scrive, scrive sempre. Non ogni mattina, ma ventiquattro ore al giorno, sette giorni alla settimana, dodici mesi all’anno. Lo scrittore part-time non esiste, è un’altra cosa. Naturalmente dobbiamo intenderci su cosa sia scrivere, che non è un’azione singola, ma un insieme di operazioni molto complesso di cui la costruzione della pagina è solo l’ultimo anello. Nella scrittura precipita l’intero essere dello scrittore, i suoi sogni, i suoi amori, le sue nevrosi, ciò che gli capita, ciò che capita a quelli che conosce, ciò che capita a chi non conosce, quello che non gli capiterà mai, quello che non capiterà mai a nessuno. Poi, naturalmente, di tutto questo solo una minima parte si tradurrà in una pagina, attraverso un lavoro di riduzione che richiede ore e ore di lavoro. L’ispirazione esiste, ma non è il motore, è una conseguenza: l’ispirazione è riuscire a trovare un modo felice per tradurre sulla pagina l’idea che si ha in mente.

Di che cosa non può fare a meno mentre si accinge alla scrittura? Ha qualche curiosità o aneddoto da raccontarci a riguardo?

Non posso fare a meno di due cose: del caffè, e di una musica di sottofondo che in realtà non ascolto, ma che crea una sorta di rumore bianco per isolarmi dal mondo. Un mantra, in cui l’inconscio si distrae, mentre la ragione lavora. Perché è proprio l’inconscio il peggior nemico dello scrittore: tutto quel coacervo di pulsioni, desideri, insoddisfazioni, bisogni che costituiscono la vita, ma che bisogna mettere da parte nel momento della scrittura. Solo così la vita, paradossalmente, scivola nella pagina e ha la speranza di diventare la vita anche del lettore.

Wilde si inchinò di fronte alla tomba di Keats a Roma, Marinetti desiderava “sputare” sull’altare dell’arte, qual è il suo rapporto con i grandi scrittori del passato? È cambiata nel tempo tale relazione?

Di grande rispetto e ammirazione. E sempre per una questione di imprinting giovanile. La mia famiglia non era di gusti modernisti, e in casa giravano soltanto scrittori classici. Io non avevo soldi per comperare libri, a parte quelli piccoli e grigi della Bur, che però erano anch’essi classici. Per cui è su di loro che ho fatto il mio apprendistato. La letteratura moderna è stata una scoperta successiva, degli anni del Liceo e poi dell’Università. Soprattutto i poeti contemporanei, Montale e insieme i Novissimi (di quegli anni), Sanguineti per primo. E attraverso Sanguineti Pound e poi Eliot, e gli americani fino a Ginsberg. Urlo fu una vera rivelazione. Ma le prime letture sono come i primi amori, ti segnano per sempre. Quindi Shakespeare e Salgari, per via di quella cassa di cui dicevo prima. Come essi si combinino tra loro è fonte di meraviglia prima di tutto per me: ma evidentemente il nostro cervello conosce delle alchimie misteriose di cui è davvero difficile venire a capo secondo ragione.

L’avvento delle nuove tecnologie ha mutato i vecchi schemi di confronto fra centro e periferia, nonostante ciò esistono ancora luoghi italiani dove la letteratura e gli scrittori si concentrano? Un tempo c’erano Firenze o Venezia, Roma o Torino, qual è la sua idea in merito?

Le nuove tecnologie hanno indubbiamente cambiato radicalmente il modo di rapportarsi degli scrittori tra di loro. Negli ultimi anni poi la trasformazione è stata rapidissima, azzerando di fatto le distanze. Oggi le discussioni e i dibattiti avvengono per la gran parte sulla rete, piuttosto che ai convegni o nei tradizionali luoghi d’incontro. Che ormai, specie in grandi città come Roma, nemmeno esistono più, a parte forse le occasioni fornite dalle presentazioni di nuovi titoli. Per l’umanità degli scrittori è un male, per le sorti della scrittura forse no: dover passare attraverso un mezzo neutro costringe a selezionare e raffinare le parole, che invece nel contatto diretto tendono facilmente a scivolare nella chiacchiera. Resta poi che le opinioni degli scrittori contano poco, così come le loro teorie estetiche: sono al più interessanti per la critica, ma ciò che conta veramente è ciò che alla fine compare sulle pagine a loro nome. Lì sta quello che hanno fatto, lì nasce o non nasce il loro rapporto con i lettori, tutto il resto potrebbe anche non esserci.

Scrivere le ha migliorato o peggiorato il percorso di vita? In altre parole, crede che la letteratura le abbia fornito strumenti migliori per portare in atto i suoi desideri?

Scrivere non rende migliori, rende soltanto più felici. O meno infelici, se vogliamo. Quando finalmente, se accade, le parole sulla pagina coincidono esattamente con quello che si era preformato nella mente, allora si prova per un attimo una vera e propria ebbrezza. In quel momento è come se ci fossimo trasferiti nella storia che stiamo raccontando, che diventa la nostra vera vita. Un attimo, intendiamoci. Subito dopo ricomincia la battaglia per la prossima frase, per il prossimo paragrafo. Ricomincia la depressione, lo sconforto, la delusione, fino al prossimo lampo.

La ringrazio e buona scrittura.

Grazie a te, e auguri per il blog!


Giulio Leoni (Roma, 12 agosto 1951) è uno scrittore italiano.

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Best seller: pecore, magia o strategie di marketing?


Di Simone Marzini

Quale è il sogno di ogni esordiente che ha pubblicato un romanzo? Che lo stesso diventi un best seller.
Per best seller, in Italia, si intendono libri che nel primo anno di uscita superino le 50.000 copie vendute. Non crediate che siano poi molti.
Come può succedere questo? Quali sono le ragioni del successo?

Martin Arnold, sul New York Times, affermava nel lontano 11 aprile 2002 che: "Quelli che dicono che non ci sono certezze in quel gioco d'azzardo che è l'editoria hanno quasi ragione. In ultima analisi il successo di un romanzo dipende da quella forza mistica che si chiama passaparola".

Mi sento di condividere fino a un certo punto questa affermazione.
Allora, ci sono casi documentati in cui il passaparola è stato fondamentale nel successo di un romanzo o di una serie. Vedi il caso di Stieg Larsson con la trilogia Millennium, o di Saviano con Gomorra. Tutti e due autori esordienti, che più che best seller sono stati veri e propri casi letterari. Poi ce ne sono anche tanti altri, non si offenda chi non è citato, ne ho inseriti due di recenti.
Perché questi romanzi diventano best seller e altri no? Se lo sapessi probabilmente scriverei i miei articoli da un isolotto tropicale, nascosto dai gruppi editoriali che farebbero a gara per avermi come talent scout e pagandomi profumatamente. Quindi i meccanismi sono misteriosi. Sappiamo che in Italia ci sono un milione di analfabeti e un milione di persone che leggono uno o due libri l’anno: perché leggono proprio questo?

Io ho una mia teoria sul funzionamento del passaparola, che poi non è per niente originale, magari l'avrete già sentita.
Credo che ci siano diversi tipi di lettore, ma i due principali sono il lettore forte, e l'emulatore. Quindi il lettore forte è quello che ha fiuto per i libri, si documenta, si informa, legge le recensioni e le prime pagine, e poi acquista. Mica detto che vada sempre bene, ma prende le decisioni da sé.
Poi c'è l'emulatore, che chiede consigli su cosa leggere. Io ho un ricordo di quando andavo alle scuole elementari: si guardava tutti bene o male gli stessi programmi tv per poi poterne parlare il giorno dopo. Lo stesso non può accadere con i libri? Si legge quello che leggono i colleghi di lavoro, gli amici, i compagni, i parenti, così poi ci si possono scambiare opinioni, discutere.
È una sorta di volano, che una volta messo in funzione crea una sorta di moto perpetuo. Il successo di un libro fa sì che la permanenza e la visibilità in libreria siano prolungate e alte, e quindi danno maggiori possibilità di incrementare le vendite.
Possiamo dire che l'emulatore è presente in percentuale maggiore rispetto al lettore forte. Ed è quello che smuove i numeri. Possiamo anche dire che sia meno raffinato, perché legge pochi libri l’anno, e non ha un metro di paragone come chi il naso nei libri lo tiene tutti i giorni. Però da quello che noto l'editoria ci sta strizzando molto l'occhio, e a ragione. Bisogna creare una cultura della lettura, se si vuole muovere l'acqua stagnante del mercato editoriale.

È possibile che il solo marketing possa creare un best seller? È molto difficile.
È possibile che senza marketing un libro diventi un best seller? Trovo difficile anche questo.

Serve un innesco, come quando dovete accendere il fuoco per il barbecue e se avete la diavolina ci mette un attimo, con i fogli di giornale state lì mezza giornata a sacramentare.
Per sfruttare il discorso dei lettori emulativi il libro va inviato a qualcuno che ne faccia una recensione, sia sulla carta stampata che magari in tv, in radio, su internet.
Vanno trovati lettori influenti, quelli che riescono a convincere gli emulatori. Credo che i blog da questo punto di vista siano destinati a diventare sempre più importanti.
Il libro dev'essere presente nelle librerie, e visibile. La casa editrice "Willy l'orbo" che non ha distribuzione nazionale e stampa un romanzo con tiratura iniziale di 500 copie potrà mai farne un best seller?
Ecco, la risposta non serve che ve la dia no?
Come citava sul suo sito Andrea De Carlo, linkato anche mesi fa su questo blog, alcuni premi letterari fanno aumentare le copie vendute. È normale, creano curiosità anche sul lettore forte. Io per esempio cerco sempre di leggere i romanzi che hanno vinto il Pulitzer. Per cercare di capire cosa i giurati possano averci trovato.
Alcune curiosità sui best seller.
Sapete quale libro italiano ha superato per primo il milione di copie stampate?
Lettera a un bambino mai nato, di Oriana Fallaci. Era il 1975.
Il 1975 è anche l'anno in cui sono nato.
Sono solo coincidenze?
Crediamo di no.
Ma per sicurezza chiederò a Carlo Lucarelli.

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"Il nemico" di Emanuele Tonon e "Io & Davide" di Mauro Marcialis


Di Geraldine Meyer

Ci sono libri il cui destino è nell'argomento che trattano. Altri che pagano una scrittura difficile e spiazzante. Pagine che sorprendono perché vanno molto al di là di ciò a cui si è abituati a leggere. O peggio, ciò che ci si è abituati a leggere. Il potere deflagrante della scrittura sta proprio in queste piccole o grandi esplosioni di senso che, talvolta, infiammano le pagine. Difficilmente, tanto per usare un eufemismo, trovano posto sui tavoli delle librerie. Quando va bene si inseriscono in un angolo nascosto di qualche scaffale, spesso ignorati dai librai stessi. Credo sarà il destino dei due libri di cui vorrei parlare. Perché due libri? Semplicemente perché, leggendoli, mi sono accorta che, pur diversi in ogni pagina, parola, riga, hanno qualcosa in comune. La rabbia. Indubbiamente la letteratura non può prescindere dall'aria di cui si nutre chi scrive. Impossibile lasciare fuori dalla pagina l'eco di ciò che si vede e ascolta.

La narrativa italiana contemporanea sta meglio di quanto si pensi. Il problema è che un certo tipo di narrativa resta confinata nelle considerazioni un po' di nicchia di lettori disperati, stanchi di best seller costruiti per non stupire, per non pensare. Per non schifare, se è il caso.

I due libri in questione sono "Il nemico" di Emanuele Tonon, edizioni Isbn e "Io & Davide" di Mauro Marcialis, edizioni Piemme. Il primo è la storia di un padre e di un figlio in un ricco e triste nord est. Il secondo uno spietato e acido racconto del mondo della televisione. Un mondo fatto di fabbriche mostruose che rubano la vita giorno per giorno. E un mondo fatto di niente che sostituisce la vita giorno per giorno. Rendendo vero ciò che sembra verosimile.

Tonon ricostruisce con disperazione e bestemmie la vita di un padre che per trent’anni, per dieci ore al giorno, ha bruciato sogni e respiri in una fabbrica di sedie. Come un cavaliere indomito, in sella al suo motorino, attraversa campi e sogni di una vita diversa. E muore schiantato da una fatica che non è solo usura di muscoli e nervi. Una malattia lo ucciderà trovandolo già morto. Marcialis racconta la parabola sessual-cocainomane di un giovane che diventa tronista in una trasmissione televisiva. Puro oggetto nelle mani di uomini e donne, produttori e politici. Forse anche loro morti in vita.

Le due storie e le due scritture hanno risonanze e implicazioni molto lontane le une dalle altre. Ma questi due giovani restituiscono in modo preciso il disfarsi di una vita. Là dove Tonon bestemmia un dio che si è ritratto impotente, Marcialis usa parole volgari perché volgare è ciò che raccontano. In entrambi i personaggi manca un perché. Un filosofo diceva che se sai il perché puoi sopportare quasi ogni come. In questi libri il vuoto di senso porta con sé due modi non di sopportare ma di girare in tondo. In tondo alla propria fatica o in tondo a un’immagine falsa e funzionale a una menzogna mediatica. La fabbrica e la televisione diventano in qualche modo un assoluto che tutto assorbe, che detta legge e pensieri. Nel libro di Tonon le parole divengono un urlo violento e eretico (come suggerisce anche il sottotitolo del libro) per tenere insieme ricordi e progetti abortiti, figli non nati e la disperazione di avere accanto una donna pietrificata dalla sterilità. Marcialis fa parlare il protagonista con le parole di un copione sempre uguale, per evitare di pensare. Per fuggire e tenere a bada un ricordo d'infanzia pesante come una pietra. Entrambi i libri evocano vite a parabola, senza un disegno. Non credo sia importante, nell'economia dei racconti, che in un testo si parli di una dignitosa vita di fabbrica e solitudine e, nell'altro, di una corsa a "uccidersi" sotto le luci di reality e foto affinché tutto sia contenuto in un tubo catodico. Nell'uno come nell'altro libro troviamo due giovani a brandelli, vittime e carnefici di se stessi, all'interno di un'esistenza in cui si lavora per pagare l'affitto o ci si vende per una visibilità che rende invisibili.

C'è sempre un ghigno sopra il capo degli uomini di cui ci viene narrato; ghigno di un dio che fa a botte con Lucifero e soccombe nei territori della lontananza muta; ghigno di una conduttrice, di un agente, di un produttore che si comportano come se fossero dei che tirano le fila di ogni più piccolo gesto, movimento e pensiero del giovane tronista. Non c'è eco nelle vite dei due ragazzi che appaiono chiusi in un isolamento senza risposte, senza appigli. Senza un percorso che faccia da binario. Il protagonista di Tonon sembra soffocato da un eccesso di etica, quello di Marcialis da una totale assenza di essa. Ma il risultato si assomiglia molto.

In questi testi c'è molta della nostra società con stipendi di settecento euro al mese o compensi vergognosamente alti per perpetuare la volgarità tranquillizzante. In entrambi i casi non si riesce a fare un respiro lungo e si ha la sensazione di non muoversi dal punto di partenza. Penso si possa dire che entrambi i testi siano molto restitutivi di un disagio che si verbalizza in modi diversi ma si nutre di elementi non molto lontani tra di loro.

Se dio è morto allora tutto è possibile, anche affermarne in qualche modo il potere bestemmiandolo. Come nel libro di Tonon. Se dio è morto, nel senso di un relativismo esasperato, allora anche una vita di loghi e marchi pubblicitari, marchette e nulla esistenziale, diviene un assoluto. Come nel libro di Marcialis. La scrittura di Tonon è sicuramente più ricercata, difficile direi. Perchè è la narrazione di un tormento tutto interiore, di testa. Un monologo religioso ed eretico insieme. Quella di Marcialis è più immediata, sincopata. Quasi a spot. Perché è narrazione di una vita e di una "morte" come fossero un format televisivo.

Solo in apparenza "Io & Davide" si fa leggere come un libro più facile rispetto a "Il nemico". Ma non è così. In apparenza appunto perché delinea violentemente cose che tutti sappiamo ma da cui molti si lasciano ipnotizzare. Questo testo analizza la televisione attuale più di molti saggi. Non andrebbe letto come un semplice racconto di cosa accade dietro le quinte. Marcialis usa l'immagine del tronista per dire altro.

Molto altro. Perché scrivo di entrambi i libri? Cercherò di rispondere lasciando che a spiegare siano le parole degli scrittori. Da "Io e Davide": La parola d'ordine è: esagerare. I voyeur sono stanchi delle ripicche tra vallette, delle urla senza conseguenze fisiche, dei bip di censura e delle solite chiappe che si litigano uno spaghetto di tessuto. Vogliono tutto. Da "Il nemico": Tutto questo nostro mondo enorme, questa fatica che facciamo per continuare a vivere così, in questa parvenza di felicità, in questa felicità inventata, se volete, in questa sconfitta radicale che è il nostro pensiero sbregato, inabissato, increato. Trovo inquietanti e amare similitudini in queste parole che raccontano puntualmente di una farsa, tra infelicità mascherata e visibilità che maschera. Portati agli estremi questi ragionamenti conducono al medesimo vuoto.

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Primo racconto classificato nel concorso "Sul Romanzo Blog"

Il proposito natalizio (Serena Dalle Rive)

«Fantastico!»
«Che cosa fantastico?», lei.
«Non stai sentendo?»
«No, sto pensando ad altro».
Due vite, così diverse. Da anni. Uno schiavo della televisione, l’altra dei suoi pensieri. Eppure condividono pianti e spazi, gioie e tempi, eccetto il lavoro.
Lui dice per otto ore al giorno che cosa gli altri dovrebbero dire, lei invece ascolta che cosa gli altri hanno da dire. Sembra una naturale conseguenza: la sera, dopo cena, Sara non ha la minima intenzione di ascoltare, pensa solo a se stessa o almeno si illude di farlo. Quando arriva a casa, verso le sette, la prima cosa che vede è la gatta, la coccola, le parla, la rincorre, sistema la lettiera, riempie la ciotola; le prende il musetto, la fissa agli occhi, vedendo in qualche modo se stessa. Da tempo sta pensando di portare un’altra gatta in casa, per fare compagnia a Gessica. Poi, come spesso accade, rimanda e non si combina nulla. Sistemata la gatta, accende la radio e inizia a cucinare, aspettando che rientri Mauro, il quale s’è già sfogato per circa un’ora in palestra.
«Non ci crederai che cosa mi ha detto Chiara!»
«Dimmi»
«Sembra che Luca abbia messo le corna a Elisa…»
«Che cosa significa sembra…»
«Sembra perché Chiara ha sentito senza volere una telefonata di lui all’ufficio!»
«Continuo a non capire» dice Sara.
Mauro inizia a spiegarle che Luca non va più d’accordo con Elisa da mesi, ne parla con i colleghi a volte e si capisce che c’è aria di crisi nel matrimonio, come tanti altri matrimoni. Si tira avanti, le litigate aumentano, talvolta una parola di troppo, poi ci si abbraccia, si piange, si fa l’amore, si crede che tutto sia nuovamente tranquillo, finché non si accende l’ennesima guerra coniugale. Solo che Luca ha deciso di cambiare vita, non si può andare avanti in quel modo. Mauro racconta con dovizia di particolari la telefonata rubata e Sara s’accorge che il marito è coinvolto, quasi volesse vivere lui la medesima situazione.
Primi giorni di dicembre del 2009, il Natale sta arrivando, l’ennesimo. L’ubriacatura consumistica inizia con i migliori auspici, o almeno migliori rispetto a quelli dell’anno precedente, quando si era in piena crisi. Tutto sembra migliorare, l’economia ha ripreso, dice Mauro. Sara non ci crede molto, ma tant’è. Il mese scorso sono tornati in banca: seconda negoziazione del mutuo. Lei lavora, certo, grazie a Dio, anche se il suo orario è stato ridotto, mentre lui, assieme ai colleghi, ha firmato alcuni mesi fa una riduzione dello stipendio, per sostenere la crescita dell’azienda che sta alla frutta, si direbbe. Poi ci si chiede dove siano i sindacati, bah, rimane il fatto che o si accetta o si rischia il licenziamento o almeno la guerra da parte dei colleghi, i quali, per la maggior parte, non vogliono i bastoni fra le ruote. La gente sviluppa una modalità che prima sembrava più blanda: l’omologazione alle idee della maggioranza che si frequenta. Ci si ascolta tutti meno, si accetta con più passività, perché dannarsi l’anima se tanto poi le cose non cambiano? E allora si firmano i contratti e gli accordi più incredibili, il pensiero è: ‘Basta che mi lasciate in pace’. Ecco, quel basta che mi lasciate in pace è diventato un me ne fotto. Chi se ne frega del continuo berciare dei politici… Chi se ne frega di Berlusconi o Bersani… Chi se ne frega dell’ambiente o dell’onda universitaria, di Boffo o di Libero… Tanti ne se fottono, hanno delegato a chi legifera, hanno delegato a Signorini la moralità o i pettegolezzi, hanno delegato alle Iene l’informazione, hanno delegato ad altri che non contano nulla se non per la loro popolarità televisiva. Sara pensa di continuo a ciò, non riesce a tirarsi fuori dalla testa certi pensieri e ritiene ormai Mauro figlio di cotanta stupidità collettiva. Ama una persona che però al medesimo tempo detesta culturalmente, o forse nell’approccio culturale.
‘Perché è diventato così negli anni?’, pensa ogni mattina Sara. Si risponde che è la televisione la causa, ci sono tuttavia anche le scelte delle singole persone, è un fenomeno induttivo ma anche arbitrario. Si inizia in sordina, si guarda il Grande Fratello per curiosità e poi si rimane invischiati perché qualche professionista sta esattamente pensando come fregarti, come certe caramelle, ne mangi per curiosità e poi vorresti continuare a trangugiarle. Dov’è il confine fra scelta personale e reazione istintiva?
Non si dà pace Sara, il suo matrimonio è in crisi perché non si parla più, o forse Mauro vorrebbe parlare sempre degli argomenti televisivi; la televisione non è narrazione del reale, ma utilizzo delle scene reali accorpate e interpretate ad hoc per trasmettere un messaggio pensato e ponderato da qualcuno. La vita è sempre più allontanamento dalla realtà e tuffo nei mondi fittizi che taluni inventano in maniera funzionale. Questi sono i pensieri di Sara. Per non parlare di Facebook, dove Mauro ogni giorno entra, condivide articoli con gli amici, dice. Sara non sa o non vuole sapere.
Finzioni. Ecco, finzioni. Esse invadono il quotidiano di ogni persona, chi si fa travolgere in modo esagerato e chi meno. Mi incazzo con Mauro quando parla dei miei problemi con Elisa con gli amici di Facebook, lo so che lo fa spesso e Sara lo ascolta a casa, che cosa potrebbe fare con un marito così impiccione? Io metto le corna a Elisa, sì, è così. Mauro non sa, gli altri non sanno, ma è stata Elisa a cominciare, è state lei a tradire, e il patto è stato chiaro: tu mi hai messo le corna per qualche mese? Ottimo, ora però lo faccio anch’io, si fa pari. Nessuna colpa, nessun rancore, siamo pari. La verità non è mai come appare, mai. Li sto studiando i colleghi, voglio vedere fino a dove riescono ad arrivare, quanto bastardi possono essere. Invidiosi. Vorrebbero la mia stessa vita, una moglie bella e riservata, e un’amante supergnocca con cui fare tutto ciò che la moglie non fa. Semplice no? Finzioni.
Quali sono le finzioni? Quelle mie dichiarate con Elisa oppure quelle di Mauro che prende per il culo Sara e fa la provola con la tipa della palestra? Ci prendiamo tutti per il culo, questa è la verità, chi più chi meno, non cambia molto, la stessa sostanza.
I tempi sono questi, li abbiamo resi poveri, poverissimi. Sembrano finzioni, sono la vita, che se ne fotte e galoppa. Mauro o Luca, Sara o Elisa, la vita va, non guarda in faccia nessuno.
Basterebbe una piccola azione quotidiana: una bugia in meno e una verità in più. Abituarsi a non esagerare, a non raccontarle con i colleghi, ad essere quanto più vicini alla verità. Un metodo di vita che inizi con questa piccola azione da eseguire ogni giorno. Da oggi provo, qualche finzione in meno. Forse non salvo il matrimonio, ma salverò me stesso.

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Cormac McCarthy, American Idol and Literary Advances, Party with Swimsuit Models, literary salon...

Guardian
Cormac McCarthy: America's great poetic visionary.

Galleycat
American Idol and Literary Advances.

Galleycat
Party with Swimsuit Models and Support The Paris Review.

Guardian
Louis de Bernières and other British writers revive the literary salon.

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Ebook e intervista a un esperto, prato, sangue dalle rape

Books Blog
Ebook sì, ebook no. Intervista a Marco Croella, direttore tecnico di Simplicissimus Book Farm.

Nazione Indiana
Appunti sul prato.

Minima et Moralia
Sangue dalle rape.

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19 dicembre 2009

Ebook: vantaggi e svantaggi. Regalo per Natale? - seconda parte


Oggi, dopo i vantaggi di un ebook, proviamo a fare una lista colma di svantaggi:

1- Serve energia elettrica, una volta “morta” la batteria, è necessario interrompere la lettura.
2- I malintenzionati rubano con più gaudio un ebook reader che un libro.
3- Sono ancora molti i sospetti delle case editrici, qualsiasi modificazione al software fa precipitare un ebook nella pirateria.
4- La tecnologia è tecnologia, se si danneggia l’ebook tutti i “libri” non sono più leggibili.
5- Al pari dei pc, vi saranno continui aggiornamenti da scaricare dalla rete per i software.
6- Gli ebook, al contrario di un libro stampato, non è immune dalle onde elettromagnetiche.
7- L’ebook non è biodegradabile.
8- È irrilevante possedere cento o più libri in un ebook, in ogni caso non si può leggerne più di uno alla volta.
9- I formati di alcuni ebook non sono tutti compatibili al libro scelto.
10- I libri durano moltissimo tempo, la tecnologia che avanza di continuo potrà fare riemergere un ebook senza necessità di nuovi software dopo molti anni?
11- La lettura di un libro è solo lettura o anche estetica e fascino della carta? C’è estetica e fascino nella tecnologia di un ebook?
12- Un libro ha meno necessità, un ebook abbisogna di attenzione, qualsiasi urto o caduta potrebbe provocare danni.
13- Un ebook reader ha un costo non indifferente.
14- Per utilizzare l’ebook servono alcune cognizioni minime di informatica.
15- In alcuni casi i diritti di lettura sono limitabili nel tempo.

Ora a voi la scelta…

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Terza poesia classificata nel concorso "Sul Romanzo Blog"

S.B.T.O. (Pietro Sella)

Se le cose celate, talvolta
Ingrate, emergessero dall’ombra
Lugubre, mio figlio chiederebbe,
Vicino alla scuola, che cosa
Invano cercare per il suo futuro.
O Dio mio, direi, ti

Benedico con tutto il mio amore
E ti raccomando a Piersilvio,
Reggente futuro del potere
Losco.
Un giorno, quand’io sarò morto,
Scoprirai che pochi, subendo
Critiche atroci, avevano detto:
“O Silvio, donaci la tua
Nobile sapienza, ma
Intanto sparisci dal mondo!”.

Tutti erano felici,
Inglese, internet, impresa…

O quali grazie
Donò Silvio allora,
Invece io non lo capii,
Ora sii desto, ascolta il figlio.


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18 dicembre 2009

Ebook: vantaggi e svantaggi. Regalo per Natale? - prima parte


Un ebook o e-book, come tanti oramai sanno, è un libro in formato elettronico.
Penso al Cybook Opus (Bookeen), al Kindle Amazon (Foxconn), ecc, e i recentissimi eClicto (Kolporter), Nook (Barnes & Noble) e PRS-505 (Sony), tecnologie che permettono alcuni vantaggi rispetto ai libri stampati.

Eccone una lista:

1- Una volta acquistato l’ebook, potrete scaricarvi un libro senza muovervi da casa o senza aspettare l’arrivo di un pacco postale, basta una connessione internet.
2- Esistono migliaia e migliaia di titoli disponibili.
3- Un punto di forza è l’hyperlink all’interno del testo, la possibilità di cercare con celerità ciò che vi serve in un dato momento.
4- Se il fine è la lettura, non avrete bisogno di librerie nella vostra casa, sacrificando spazi che magari potreste impegnare in altro modo.
5- Il fatto che si legga in un luogo luminoso o meno non sarà più per voi un problema, dato che potrete scegliere il tipo di contrasto e luminosità dello schermo.
6- Immaginate di essere fuori casa e di portarvi appresso più di cento libri, così da poter leggere nei momenti liberi a seconda dei gusti, potreste avere un centinaio di libri nella borsa o nello zaino?
7- Gli ebook sono ambientalisti rispetto ai libri stampati, i secondi utilizzano una quantità tre volte superiore di materie prime e 78 volte superiore di acqua.
8- Gli scrittori possono autoprodursi un ebook con grande facilità.
9- I costi dei libri scolastici sono nettamente inferiori e in ogni caso i costi sono inferiori rispetto ai libri stampati.
10- Gli ebook permettono annotazioni che potrete cancellare o modificare in qualsiasi momento, senza lasciare traccia delle precedenti.
11- Volete ingrandire il font mentre leggete? Potete farlo.
12- Grazie ai siti degli ebook potrete tradurre qualsivoglia parte d’un testo.
13- Non avete bisogno del segnalibro, inizierete subito nel punto in cui avevate lasciato la lettura.
14- Molti testi sono gratuiti, in particolare quelli datati (pensate a quanti classici della letteratura).
15- C’è la possibilità di rendere un ebook un audiobook. Avete male agli occhi o stanchi di leggere? Risolto il problema. Pensate quali vantaggi potrebbe avere una persona cieca o ipovedente.
16- Avete presente le parole “fuori catalogo” o “esaurito”? Bene, dimenticatele.
17- Un ebook gratuito potrebbe stimolare la vendita di un libro stampato.
18- Ci potrebbe essere la possibilità di rendere una lettura ancor più ricca dal punto di vista culturale, associando a parti del testo immagini e video.

Domani inserirò un post con gli svantaggi. Per chiarirsi le idee, magari fate come me il pensierino per Natale…

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Seconda poesia classificata nel concorso "Sul Romanzo Blog"

XX Brutti (Michela Farutti)

Adesso desto nel viaggio intrapreso
Nel prato scorgo l’ombra tua,
Che si offre al miglior offerente:
Saldo, sconto,
Saldo nelle vanità, sconto nelle pene.
Non esistono limiti all’impudicizia,
Siepi luccicanti d’oro difendono
L’angolo della tua invernale primavera.
Siccome l’epica muore nella pelle
D’un vanaglorioso, morirà anche il corpo
Senza l’epica dell’amore, solo gloria.

Rinascerai più debole, fra deboli,
Non ardirai più al trono umano,
Riconoscerai l’umida sponda
Del viaggio comune.
Comune.
Piove fuoco fra te e l’altro da te,
Lacrime accese di umiltà.

Perché di notte hai bisogno,
Per capire il gambo irraggiungibile
Che vanamente cerchi fra gli agi.


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Intervista a Massimiliano Nuzzolo


Buongiorno, vorrei iniziare chiedendole a quale età si è avvicinato alla scrittura e se è stato o meno un caso fortuito.

In tutta onestà non saprei precisarlo. Ero molto piccolo, forse cinque o sei anni, avevo letto un romanzo di cui non ricordo il nome e, completamente affascinato, tentai di scrivere qualcosa di simile. Ovviamente dopo pochi capitoli abbandonai il progetto e le mie velleità. I miei genitori ancora in vita incoraggiavano i primi slanci espressivi e ci compravano parecchi libri e ogni strumento utile alla “creazione”; mio fratello Luca poi è polistrumentista compositore (cito i Soluzione e “L’esperienza segna” nuovo disco in arrivo), tecnico del suono e programmatore, e crescendo insieme abbiamo sempre mescolato le varie discipline: insieme si leggeva moltissimo - da Asimov, Bradbury, Clarke (andavamo pazzi per la fantascienza) a Salgari, dai lirici greci e latini, alle favole di Esopo, alla filosofia, fino ad arrivare ai “maledetti” francesi, ai russi, agli inglesi, a Poe, a Joyce, ai contemporanei - si disegnava, si dipingeva, si facevano foto, si guardavano molti film, e provavamo a girare video con sceneggiature primordiali, si ascoltava molta musica, prima la classica, poi l’elettronica, poi Battiato e il rock, si suonava parecchio, si sperimentava, si creavano “cose” e si scrivevano “cose”. Il mio primo incontro è stato di sicuro con la lettura, poi con la scrittura: all’inizio poesie, in seguito racconti e romanzi. Non sempre è stato facile e spesso ho dovuto fare i conti con la dura vita reale. Ma oltre alla passione per la letteratura ho conservato anche quella per la musica, per il cinema, per le arti visive e oggi con Jost Multimedia cerchiamo di far interagire tra loro le varie discipline artistiche. Direi che l’incontro con la scrittura sia stato a tutti gli effetti un’ineluttabile casualità.

Se consideriamo come estremi l’istinto creativo e la razionalità consapevole, lei collocherebbe il suo modo di produrre scrittura a quale distanza dai due?

Questo temo dovrebbe chiederlo a Piero Angela. In genere quando scrivo un testo tutto è stato pianificato nel dettaglio anche se inevitabilmente voglio essere il più libero possibile mentre scrivo; in precedenza l’idea, nata da input del tutto casuali ed eterogenei che vanno a sovrapporsi e a legarsi tra loro, si è formata nella mia testa ed è maturata, è cresciuta ed è pronta per essere narrata, e basterebbe darle una forma “canonica” per ottenere un risultato lineare, ma il più delle volte decido di “spegnere la luce” e percorrere al buio la strada che mi separa dalla “meta”, in un modo sempre nuovo. Sono in continua ricerca.

Moravia, cascasse il mondo, era solito scrivere tutte le mattine, come descriverebbe invece il suo stile? Ha un metodo rigido da rispettare o attende nel caos della vita un’ispirazione? Ce ne parli.

Anche Hemingway scrive di un metodo simile nel suo “Fiesta mobile”. Ho sempre ammirato chi riesce ad avere dedizione assoluta e metodo per ciò che fa e cerco di imitarlo. Io stesso ce li ho, quando mi capita. Scherzi a parte, disciplina e rigore sono fondamentali, ovviamente incastrandoli con il proprio contingente. Purtroppo occorre fare i conti con le incombenze della vita e con il tempo che scorre veloce. Il mio stile? “Nuzzoliano” al 100%.

Di che cosa non può fare a meno mentre si accinge alla scrittura? Ha qualche curiosità o aneddoto da raccontarci a riguardo?

Di accendere il pc. Ormai ho abbandonato le macchine da scrivere, le penne e i quaderni (temo di essere stato uno degli ultimi sul pianeta). Iniziando molto presto al mattino bevo tre caffè intervallati da altrettante sigarette, leggo le notizie del giorno e gioco a qualcosa. Se vinco parto di slancio; se perdo, lo stesso. Per lavoro non posso spegnere il telefono e quando potrò permettermi di farlo avrò realizzato uno dei sogni della mia vita. Mi piacerebbe ancor di più schiantarlo sul muro.

Wilde si inchinò di fronte alla tomba di Keats a Roma, Marinetti desiderava “sputare” sull’altare dell’arte, qual è il suo rapporto con i grandi scrittori del passato? È cambiata nel tempo tale relazione?

Anch’io mi sono inchinato davanti alla tomba di Keats, ho baciato la lapide di Wilde, l’altare dell’Arte non l’ho trovato ma lo visiterei volentieri in una giornata di sole magari facendo un pranzo al sacco. Marinetti lo leggo ancora. Leggo e ammiro i grandi scrittori del passato. Leggo e ammiro i grandi scrittori del presente. In sintesi ammiro ogni cosa bella e che sia in grado di darmi qualcosa. Non saprei dirle se la relazione sia cambiata, ma se con questa domanda intende: ti piacerebbe incontrare Checov, Wilde, Dostoevskij, Rimbaud, Baudelaire, Camus, Vian, Sartre, Dickens, Joyce, Carver, Wallace, ecc. ecc. e fare loro un sacco di domande, la mia risposta è sì. Ma confesso che mi piacerebbe anche incontrare Charlize Theron e Gisele Bundchen.

L’avvento delle nuove tecnologie ha mutato i vecchi schemi di confronto fra centro e periferia, nonostante ciò esistono ancora luoghi italiani dove la letteratura e gli scrittori si concentrano? Un tempo c’erano Firenze o Venezia, Roma o Torino, qual è la sua idea in merito?

Ho vissuto in parecchi posti, da Mestre a Palermo, a Roma, a Londra, ecc. e ognuno era una periferia di qualcos’altro. Credo sia il conoscere altre persone che fanno il tuo stesso lavoro o le stesse opportunità lavorative a creare un “centro”. Roma e Milano, Londra e le grandi città in generale, sembrerà la solita banalità, offrono molto perché c’è “tutto” ed è più facile incontrarsi in uno stesso luogo o gravitare intorno a uno stesso editore, uno stesso giornale, una stessa discografica e la frequentazione assidua fa nascere fenomeni più evidenti generati da condivisione di spazi e spesso da amicizia. Per un periodo mi è capitato di incontrarmi a Padova con grandi autori come Mozzi, Bugaro, Covacich, Trevisan, Scarpa e molti altri (tutti presenti sull’antologia “I Nuovi Sentimenti” di Marsilio) ed è stato “costruttivo” perché parlavamo di libri e di vita, ho imparato molto da loro. Oggi è Jost Multimedia il nostro “centro”: manca solo la presenza fisica (io ora sto a Mestre, i Soluzione a Roma, e altri artisti, videomaker, narratori, disegnatori, ecc. che abitano nei posti più assurdi in Italia e all’estero) ma collaboriamo attivamente e costantemente utilizzando ogni tecnologia disponibile, incontrandoci fisicamente agli eventi che creiamo. Inoltre comunico via internet e via telefono con amici autori, artisti, musicisti, registi, ecc. disseminati per il mondo (la lista è davvero lunga) ed è un po’ come frequentarli. Sinceramente se uno fa bene le sue “cose” può anche vivere in Groenlandia e parlare solo con gli orsi polari (anzi a volte è meglio). Amo gli orsi polari. In ogni caso, viaggio parecchio.

Scrivere le ha migliorato o peggiorato il percorso di vita? In altre parole, crede che la letteratura le abbia fornito strumenti migliori per portare in atto i suoi desideri?

I miei desideri non sono strettamente legati alla letteratura o allo scrivere. Piuttosto ad un benessere interiore che ricerco di continuo, anche attraverso la scrittura. Non saprei dire se l’attività di scrittura abbia migliorato o peggiorato la mia esistenza, ho vissuto solo questa esperienza vitale e immagino che come per ogni vita ci siano periodi blu, rossi, neri, gialli, verdi, grigi, e, sfiga permettendo, non è mica male.

La ringrazio e buona scrittura.

Anch’io la ringrazio per la sua gentilezza.



Massimiliano Nuzzolo è nato a Mestre nel 1971, sotto il segno dell’Acquario, e lì risiede dopo insistite peregrinazioni in giro per il mondo. Ha esordito nel 2004 con il romanzo L’ultimo disco dei Cure, vincitore del Premio Greppi dedicato ai Giovani e ai Nuovi Linguaggi, ha partecipato a numerose antologie (da citare I nuovi sentimenti, Marsilio e Dizionario affettivo della lingua Italiana, Fandango). Del 2007 è il cinico e divertente libro di poesia “post mortem” Tre metri sotto terra con le illustrazioni di Giorgio Finamore (Coniglio editore) divenuto un progetto musicale a firma Jacopo Gobber e Davide Girimondo. Il suo nuovo romanzo si intitola Eterno riposo. Nel 2010 pubblicherà per Ugo Mursia Editore Music is my radar antologia sulla musica che vede la partecipazione di autori italiani e stranieri e le cui royalties saranno interamente devolute all’associazione umanitaria Amref. Esperto di musica e di culture giovanili, collabora occasionalmente con i Servizi Sociali del Comune di Venezia, con enti e giornali. Insieme al fratello Luca, dirige Jost Multimedia, label attiva nella musica, letteratura e video, che produce i Soluzione (www.myspace.com/soluzione) e altri artisti di varia natura, e cortometraggi e videoclip che hanno ottenuto risultati degni di nota presso svariati festival internazionali.

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"Marina" di Carlos Ruiz Zafón


Di Emanuela Schiavoni

Non sono mai stata a Barcellona.
Né so se mai ci andrò.
Quel che conosco di questa città mediterranea e calda è ciò che mi ha saputo regalare “Marina”.
Carlos Ruiz Zafón ha costruito con il suo romanzo un’architettura mirabolante che, in effetti, rende protagonista più la città stessa che i personaggi.
Barcellona è pennellata come un luogo magico, antico; come nelle fiabe, le vicende sono sospese nel tempo e nello spazio. Si potrebbe dire che la vera protagonista del romanzo, in realtà, sia lei, la città antica e dormiente, sorniona e suadente, che accoglie i suoi “figli”, si svela a poco a poco e discopre acciottolati polverosi, luci soffuse, giardini misteriosi. Le azioni si dovrebbero svolgere negli anni Settanta ma potrebbero essere ambientate in realtà ovunque e sempre: nell’Ottocento, nel Settecento, o in un’epoca ancora da venire... L’autore mostra un’innata abilità a lavorare in sincrono su più generi: spazia dai toni romantici alle tematiche grottesche, venate di horror, con estrema abilità e scioltezza. Le sue parole scivolano via come acqua corrente lungo i viottoli bagnati delle Ramblas, per poi ricongiungersi in guisa di pozzanghere luminescenti e dare vita ad un tutt’uno organico ed esauriente. A tratti la narrazione si fa onirica, palesemente fantastica; a tratti torniamo a crederci nel mondo reale, dei vivi, dove le regole sono sempre le stesse e non c’è spazio per i sogni.

L’amore, dicevamo.
Amore che è qui inteso come la stagione più intensa e spietata della giovinezza, spensierata e soave, crudele nella sua determinatezza, avida e avara nella sua unicità.
Amore qui sospeso nel tempo e nello spazio, tanto che il protagonista potrebbe benissimo essere volato a ritroso nel tempo e catapultato nel mondo magico dove Marina e suo padre vivono isolati e raccolti nella consapevolezza ineluttabile della fine del loro mondo fatato.
Amore che va oltre la morte ed oltre la vita stessa, che attraversa gli anni per rimanere intenso e vivido, e giungere nel tempo a salvare l’amato da se stesso e dalla sua mostruosità.
Ci sono equivoci, scambi di persona, parole non dette che alimentano l’aura di mistero e l’amore del protagonista per Marina, l’amore per questo mistero.

Il ragazzo vive, attraverso una Barcellona spazzata dal vento rugginoso e caldo dell’autunno, attraverso piazze assolate, cimiteri che non si palesano se non a se stessi, manieri scorticati, serre fatiscenti ricordi di un mondo finito, teatri come cattedrali nel deserto della solitudine, il momento più importante della sua crescita.
 Diverrà un uomo turbato, al quale è stato strappato il fiore della sua giovinezza nel momento di grazia maggiore che essere umano possa immaginare: la visita di Amore. Marina diceva che “si ricordano davvero le cose che non sono mai accadute”, e tutte le parole non dette, gli abbracci mai dati, i discorsi mai fatti con lei porteranno il protagonista ad implodere in un’anaffettività infelice. È come se la ragazza gli avesse aperto un mondo, e se lo fosse poi ripreso, con gli interessi quando lui cominciava a schiudersi ad esso attraverso l’incontro con Marina il ragazzo diverrà un uomo e lascerà il mondo dell’adolescenza per piombare prepotentemente nella vita reale, con le sue suggestioni, chimere, sirene e verità.
Se a queste tematiche intrecciamo il racconto horror fuso col romanzo, otteniamo una ricetta avvincente e gustosa. “Marina”, infatti, offre al lettore attento anche nuove opportunità di riflessione. Sempre muovendosi fra il reale e il fiabesco, Zafón si spinge sul terreno impervio della “fanta” scienza, in cui è possibile rigenerare se stessi all’infinito e creare nuova vita dalla morte. Qui ci si potrebbe facilmente spingere su considerazioni etiche, specie se calassimo il romanzo in un mondo che, come il nostro attuale, cerca sempre nuove strade per “gabbare” la morte ed offrirci su un piatto d’argento il dono – gradito? – dell’immortalità. Fino a che punto, dunque, è giusto spingere la ricerca scientifica lungo i binari della longevità a tutti i costi? Fino a che punto una vita mostruosa è da preferirsi ad un’esistenza finita ma serena? E fino a che punto, infine, è lecito lasciare che la mente umana possa rigenerare se stessa all’infinito?

La soluzione Zafón la trova nell’amore, l’amore cha fa cambiare il vento e accetta il sacrificio supremo per se stesso solo. L’amore che, ancora una volta, divora le distanze per avvolgerci in un abbraccio di fuoco e donarci, finalmente, la libertà.

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Lorca's civil war grave, Twitter Slowdown, Three-minute poetry?

Telegraph
Lorca's civil war grave found empty.

Galleycat
Coping with a Twitter Slowdown.

The New Yorker
What We Read This Year.

Times On Line
Three-minute poetry? It’s all the rage.

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Giorgio Fontana e suo padre, la crisi delle librerie, Lorenzo Pittaluga

Giorgio Fontana
Il mestiere di essere liberi. Lettera aperta a mio padre.

Books Blog
Il Natale e la crisi delle librerie. Il caso di 'Liberi di leggere'.

La dimora del tempo sospeso
Al termine di noi – Lorenzo Pittaluga.

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17 dicembre 2009

Prima poesia classificata nel concorso "Sul Romanzo Blog"

Moratoria della critica (Filippo Giurati)

La pace non è contraria alla guerra,
forse. Ché io scopro come un faggio
possa conturbare parole, togliendo terra
ai piedi nostri, apparendo pure saggio.

La divina abilità oratoria cerca la guerra,
ammorbando l’impaccio con un viaggio
da sogno promesso e schiacciando a terra
il raziocinio, addolcito da un raggio

di piaceri. Così si scalza la degna
cultura con artifici luminosi da cabaret,
può essere tutto un sorriso?

Inevitabilmente la storia c’insegna
che ci sveglieremo con la testa nel bidet,
ricordando di non averlo a suo tempo ucciso.


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Visibilità di un libro: il valore di una buona copertina


Di Marcello Marinisi

L’ultima volta abbiamo parlato del comunicato stampa, una delle prime mosse per pubblicizzare il proprio libro. Oggi, invece, vorrei parlare di qualcosa di diverso, un aspetto spesso trascurato da molti editori, soprattutto tra i più piccoli, e che invece ha un'importanza strategica fondamentale ai fini della pubblicità e della promozione di un’opera letteraria, in particolare per la sua visibilità.
Quello di visibilità è un concetto molto importante che investe sia il romanzo sia il suo autore. Come abbiamo avuto modo di definire nei miei interventi passati, dobbiamo puntare tutte le nostre risorse per incrementare la notorietà e puntare sulla visibilità è di certo una scelta che alla lunga (ma anche nel breve) paga molto.
In particolare, in questo caso, voglio occuparmi della "confezione", di quello che nel mondo della comunicazione e del marketing viene chiamato packaging (in poche parole,"fare il pacco").

Nell'universo editoriale il packaging corrisponde con la realizzazione della copertina del volume, ma non solo. Si tratta di un lavoro accurato di impostazione del testo all'interno della pagina, seguendo degli standard di leggibilità che alla fine dei conti incidono sulla godibilità del volume.
Ci sono vari modi per progettare una copertina di successo. Le soluzioni sono molteplici: alcuni prediligono le cover testuali; altri puntano tutto su una illustrazione accattivante; altri ancora mettono in risalto il titolo dell'opera; mentre taluni sottolineano graficamente il nome dell'autore. Tutte belle trovate. Sì, non c'è dubbio che nella storia si sono verificati casi editoriali di successo che possedevano una delle tipologie elencate. Tuttavia, negli anni ho maturato una forte convinzione che vorrei condividere con voi, sperando che possiate trovare lo spunto interessante.

Abbiamo parlato di visibilità, che cosa fa diventare la copertina di un libro "visibile"? Che cosa le consente di emergere dalla massa di immagini che invadono gli scaffali delle librerie o le colonne di un giornale o i banner di un sito internet? Insomma, in un mondo saturo di visioni cosa può rendere la nostra copertina migliore di un'altra (sul concetto di migliore sorvolo un po', lo uso ma non lo condivido appieno per la semplice motivazione che si tratta pure sempre di un giudizio estetico, quindi del tutto opinabile)?

La risposta potrebbe essere lunga e articolata e di certo può essere sottoposta a dibattito. Io credo, e l'esperienza mi ha dato qualche insegnamento a riguardo, che l'unico modo per realizzare una confezione accattivante sia quello di puntare tutto su un dettaglio. Mi spiego meglio. Fermo restando che è necessario affidare la realizzazione della copertina a un illustratore dalla buona mano e a un grafico d'esperienza, è necessario che essa sia fortemente caratterizzata, che colga un dettaglio forte e significativo e lo ponga in risalto rispetto al resto, poiché soltanto in questo modo possiamo dare una chance alla nostra opera di essere riconosciuta. È l'aspetto centrale della questione: non avremo visibilità senza riconoscimento, e non avremo riconoscimento se non abbiamo qualcosa che attiri l'attenzione del potenziale lettore. Al di là di tutte le congetture filosofiche del tipo «se il libro è bello, allora venderà» o roba del genere. Quanti bei libri conosciamo che non hanno venduto più di qualche migliaio di copie o forse meno?

Il mercato, come ho accennato in un intervento precedente, è saturo. Escono migliaia di libri ogni anno e soltanto una minima percentuale di essi raggiunge gli scaffali di una libreria e una percentuale ancora minore finisce nelle mani di un lettore. Ci sono tante ragioni per cui questo avviene, molte delle quali sono scuse. Una delle ragioni vere per cui un libro non supera la sfida delle vendite, risiede nel completo anonimato della sua confezione, nella scarsa incisività della sua copertina.
È vero, noi autori e scrittori, non ci rendiamo conto di questo aspetto; troppo spesso pensiamo di avere scritto il miglior libro del secolo. Per alcuni sarà così, per altri – mettetevi una mano sulla coscienza – purtroppo no. Ci sono aspetti, che prescindono dalla buona scrittura, che vanno curati sin nei minimi particolari, altrimenti tutto quanto si rivelerà un vero fiasco.

A completamento di questa prima sortita nel mondo del packaging editoriale, volevo mostrare alcune di quelle che secondo me sono state le copertine più accattivanti dell'ultimo periodo:





Nel prossimo intervento, continueremo a discorrere della confezione, concentrandoci sulla composizione interna, ovvero sull'impaginazione.

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I dolori del giovane scrittore esordiente - parte X: gli editori


Di Simone Marzini

Una signora chiede che cosa faccia un editore: scrive libri?
No, risponde l'editore, quelli li scrivono gli autori.
Allora li stampa?
No, quello lo fa il tipografo
Li vende?
No, lo fa il libraio
Li distribuisce alle librerie?
No, quello lo fa il distributore.
E allora che cosa fa?
Risposta: tutto il resto.

Questa frase, attribuita a vari editori, da Arnoldo Mondadori a Valentino Bompiani, è stata riportata da Umberto Eco durante un'intervista a "La repubblica" del 15 giugno 2001.
Ora, da quei tempi di acqua sotto ai ponti ne è passata molta. Come sappiamo bene, ormai lo scrittore non è più solo scrittore. In alcuni casi è editore di se stesso, in altri è pure finanziatore di se stesso, distributore, promotore.
Insomma, oggi giorno lo scrittore è una moderna versione del minotauro: mezzo scrittore e mezzo editore, mecenate, distributore, il tutto in salsa web 2.0.
Proviamo a ipotizzare che al posto di Mondadori o Bompiani ci sia un editore a pagamento.

2009

Un giovane scrittore emergente chiede a un editore cosa faccia per lui: gli pubblica il libro?
Si, ma sono tempi duri, quindi ci serve un piccolo contributo, risponde l'editore.
Capisco, risponde lo scrittore, di quanto?
Basteranno poche migliaia di euro.
Alla faccia del piccolo. E l'editing lo fate voi?
No, lo farà lei, non voglio mancare di rispetto al creatore dell'opera stravolgendola.
E la distribuzione? Come siamo messi?
Capillare, si trova dappertutto.
Veramente nella mia libreria non ho mai trovato i vostri libri.
È una congiura dei librai. Comunque siamo anche distribuiti nelle edicole, sa? A Reggio Calabria e Lamezia terme, in zona stazione mica pizza e fichi, e poi vendiamo online sui maggiori portali.
Bè ma lì ci vendono tutti.
Ci siamo anche noi! È un bene no? Lei è un emergente, chi vuole che la consideri? Deve darsi da fare se vuole emergere.
Ma almeno avrò lo sconto sugli acquisti?
Certo, se acquista più di 100 copie le facciamo ben il 30% di sconto.
Mi sembra poco.
Ma lei, con questo atteggiamento negativo, si rema contro. Deve essere ottimista. Il libro costa 15 euro, lei lo paga 10,50: se li vende tutti le restano 450 euro in tasca.
Va bene, mi mandi pure il contratto.
Eccolo pronto qui, è un contratto standard, lo facciamo a tutti.
Ma non sono indicate le copie di tiratura iniziale...
Gliele dico a voce: almeno mille! Che c'è, non si fida? Siamo fra gentiluomini.
Sa com'è, chi visse sperando morì...
Lei è molto divertente, che cosa scrive, romanzi umoristici?
Ma come, non l'ha letto il mio manoscritto? Diceva che le piaceva tanto.
Mi sarò confuso, succede, ne arrivano talmente tanti. Non stiam mica qui tutto il giorno a smacchiare i leopardi. Comunque firmi qui.
Ma non so, ci devo pensare.
Guardi, o adesso o mai più. Le sto offrendo una grande occasione, non se ne rende conto?
Va bene, firmo.
Bene, le sue copie arriveranno fra sei mesi, il pagamento però subito.
Ma non siamo fra gentiluomini?
Appunto.

Se quello che avete letto vi sembra esagerato, forse non avete mai avuto contatti con case editrici a pagamento.
C'è un'inchiesta che trovate qui, può aprirvi gli occhi.

Avete letto? Bene, direi che non ho molto da aggiungere.
Torniamo all'inizio del post.
Tutto il resto è un'ottima risposta, perché non definisce i compiti ma fa capire che sono tanti e fondamentali.
Il che è vero. Si dice che dietro ogni grande uomo ci sia una grande donna: anche dietro ogni grande scrittore c'è una grande casa editrice?
Io non credo pienamente a questa frase, perché di solito se dietro a ogni grande uomo ci sia una grande donna probabilmente c'è anche un'amante nell'armadio. Almeno questo è il messaggio che arriva dai giornali, dalle tv, dal gossip. Stagiste sotto le scrivanie presidenziali, transformer che non sono i robottoni del cinema visti con politici locali, registi premi oscar con groupie minorenni.
Insomma, non è che gli esempi positivi si sprechino fra quelli che la società riconosce come grandi uomini.
Ma torniamo alle case editrici. Io credo una cosa: che un uomo e una donna stiano insieme grazie a una questione che si può tradurre come "chimica dei corpi". Come chimica intendo tutta una serie di reazioni, di stimoli che riescono a produrre e scambiarsi l'uno con l'altro. Ovviamente siamo tutte persone diverse, quindi avremo bisogno di stimoli diversi. Lo stesso discorso vale per le case editrici: ognuno dovrebbe trovare quella con cui essere più stimolato, e viceversa. C'è lo scrittore che ha bisogno di un editore che gli faccia da mentore, c'è l'editore che riesce a caricare gli scrittori, ci sono quelli impersonali e quelli che ti chiamano per nome. Quelli che sono talmente in tanti a lavorarci da occupare una via intera. Quelli che lavorano a casa, e sono editore, redattore e amministratore; i lupi mascherati da agnelli.
Quale di questi è il migliore?
Dipende da ciò che cercate. Dipende da quello che siete. Dipende da che strada volete prenda il vostro romanzo.
Vi propongo un esercizio: prendete un foglio di carta e scrivete cosa sognate per il vostro romanzo. L'obbiettivo che vi prefiggete.
A fianco indicate le case editrici con cui sarebbe possibile raggiungerlo.
Considerate che più alto è l'obbiettivo più ardua sarà la strada per raggiungerlo.

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La morte della Poesia: quale futuro?


Di Roberto Orsetti

Lo ammetto. A volte mi faccio domande che non dovrei fare, per rispetto al tempo che perdo per darmi risposte.
Ma ci sono mattine in cui mi sveglio e mi ronza una frase, una canzone, una immagine. E mi segue per tutto il giorno.
Così questa mattina mi sono fatto una domanda, mentre preparavo il caffè in cucina: "Chi è considerato il più grande, il più importante poeta vivente?".
Magari per fare un confronto, per capire se mi è sfuggito un autore o un'opera, un'antologia.
Armato del mio solito strumento di tortura, il web, ho iniziato a digitare sui motori di ricerca le frasi di circostanza, tipo "i più grandi poeti viventi, chi è considerato il poeta vivente, ecc...".
Ho letto un poco di cose e sono finito a riflettere sull'importanza della poesia, sul suo approccio al pubblico, sull'ignoranza altrui, sul mio modo di recepire il messaggio poetico, se c'è un messaggio.
E sono diventato di cattivo umore, più di quanto non lo fossi ascoltando il notiziario radio, dove si faceva riferimento all'inadeguatezza dell'istruzione e, cito testualmente, alla notizia che “i giovani che arrivano dalle scuole superiori sono semianalfabeti".
Ci volevano i dottori delle Università per darne conto.
A me sono bastate oggi quelle due domande per leggere risposte sconvolgenti, sui blog o sui social network.
La prima considerazione che ho fatto facendo la lista dei nomi, è che i poeti più stimati non arrivano da paesi extraeuropei o nord-americani. Preferibilmente poveri. Poveri anche di parole, quindi. Perché il poeta per esprimersi usa spesso poche parole, poche frasi. Lo scrittore per dare una emozione scrive pagine su pagine. Anzi, maggiori sono le difficoltà del paese in cui vive, maggiore è l'impatto poetico. La sofferenza dona forza alla poesia. Così penso che più un paese è ricco più pagine si sprecano. Leggere le classifiche di vendita per capire il concetto è sin troppo facile.
La seconda considerazione è che non ci sono generi nella poesia attuale. Non c'è una divisione come nel romanzo, questo è fantasy... Questo è noir... E via dicendo. La poesia sembra universale, unica.
Tirando le somme, ne viene fuori che anche il lettore sia diverso. Può essere che mi sia fatto una idea sbagliata, ma chi discute di poesia trasmette molto più facilmente il suo amore per la stessa, di quanto lo faccia un lettore anche ad alto livello di consumo. Sembra quasi che chi si ciba di poesia ne abbia un ritorno maggiore, più immediato e nello stesso tempo a lungo rilascio.
Ma i dati di vendita del mercato “poesia” piange, e non poco. Tanto che ho trovato notizie di numerosi convegni e incontri che dedicano attenzione al quesito "Quale futuro per la poesia".
E qui vengono in mente quello che ho letto su blog e social network. Troppo facile considerare gli spazi specifici, dediti all'autocertificazione del poeta stesso o i virtual cafè dove ogni tre parole che leggi devi fermarti a prender fiato per urlare la rabbia di un linguaggio che tiene lontane le persone normali.
Le cose che ho letto le posso riassumere in queste righe:
"Secondo me i grandi poeti viventi contemporanei sono nascosti tra la gente comune".
"Io ho una zia che compone poesie semplici ed essenziali. Secondo me lei ha un gran senso della poesia e come lei ce ne sono tanti".
"Non esiste più la poesia, la gente scrive senza sapere cosa è un verso".
"In un angolino io metterei anche Vasco Rossi".
"Io direi che la poesia cubana è quella che mi ha dato di più, in termini di forza".
"Ma oggigiorno è difficile, perché secondo me le cose più importanti sono già state dette in passato".
"Oggi, secondo me, non ci sono molti poeti famosi, anzi forse nessuno, perché automaticamente se diventi famoso sei inglobato nel sistema e non puoi essere più poeta".
"Lawrence Ferlinghetti, Jordi Palmer, Ledo Ivo".
"Poeta è colui che ti arriva diretto, in una frase ti dice tutto, come nei testi delle canzoni".
"Secondo me è il migliore è scrittore e poeta: Stefano Benni. Leggi qualcosa su di lui e ne rimarrai estasiata. Altrimenti un grande poeta contemporaneo è anche... Roberto Benigni!".
"Ma la poesia è diventata di una noia mortale, non si capisce niente, come la lirica".
E io che avevo sperato di trovare nomi come Izet Sarajlic, Tadeusz Rozewicz, Carmen Yáñez, Gabriel García Márquez, John Giorno, Luis Garcia Montero, José Saramago o chissà quanti altri che vengono in mente anche a voi...
Vi lascio con un quesito, ormai sfinito da tanto scempio.
Ho scritto poesie, come la zia di cui sopra, quindi sono poeta. E poeta è anche l'autrice di questo testo, diventato canzone.
A voi scoprire chi "ti arriva diretto, in una frase ti dice tutto".
Se fossi davvero convinto di essere un poeta, comincerei a preoccuparmi.

Pioggia di settembre cade giù
Cambia dimensione alla città
Nuove sensazioni e nuove riflessioni nella mente
La storia si ripete, sì lo so
E la mia mano sfiora quella tua
Trovo convinzioni nuove perché adesso so
Sei nella mia vita più che mai

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Free books?, snow in books, Roberto Bolaño

Galleycat
The Future of Free Books.

Guardian
Creative whiting: snow in books.

Complete Review
Roberto Bolaño: The Last Interview.

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Librazioni.it, presi nella rete, VDBD chiude...

Books Blog
Un nuovo sito di e-commerce di libri: nasce Librazioni.it.

Nazione Indiana
Presi nella rete – Il Capo, il web, la libertà.

E purtroppo:
VDBD
Viadellebelledonne si ferma a tempo indeterminato.

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